Storia del campionato italiano e del super 10

La Storia del Rugby, le sue Tradizioni, le Leggende, attraverso documenti, detti, racconti, aforismi.

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MT
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Storia del campionato italiano e del super 10

Messaggioda MT » 3 gen 2007, 15:46

Sul sito della FIR e della LIRE non sono riuscita a trovare la storia del S10.
Ho trovato solo l'albo d'oro.

Chi può dirmi qualcosa sul massimo campionato italiano?
O dove posso trovare notizie a riguardo?

E' sempre stato a 10 squadre?

Potreste darmi anche notizie sulla storia delle squadre che vi partecipano?
O su quelle "storiche" che vi partecipavano prima?

Grazie
Ultima modifica di MT il 18 gen 2007, 11:06, modificato 1 volta in totale.

GRUN
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RE: La storia del S10 e delle sue squadre

Messaggioda GRUN » 3 gen 2007, 15:59

MT. hai chiesto poco... Potresti dare intanto una sbirciata al 3d "Tanto rugby al nord e poco al sud..." e fare un pò di taglia e cuci. Poi se mi concedi del tempo...

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pulici
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RE: La storia del S10 e delle sue squadre

Messaggioda pulici » 3 gen 2007, 16:02

io neofita del rugby so solo che il S10 cosi' com'e' e' relativamente giovane.

MT
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Re: RE: La storia del S10 e delle sue squadre

Messaggioda MT » 3 gen 2007, 16:05

GRUN WroteColonMT. hai chiesto poco... Potresti dare intanto una sbirciata al 3d "Tanto rugby al nord e poco al sud..." e fare un pò di taglia e cuci. Poi se mi concedi del tempo...


Grasssie :D

GRUN
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RE: Re: RE: La storia del S10 e delle sue squadre

Messaggioda GRUN » 5 gen 2007, 15:57

Nella speranza che MT abbia tempo e voglia per inserire in questo thread gli stralci relativi alla fase embrionale del rugby in Italia contenuti nell'altra discussione sopra ricordata, provo a fare una breve storia del campionato. La prima edizione si svolge nel 1928/29 in realtà la prima partita si gioca il 12 febbraio) e vede la partecipazione di sole sei squadre, suddivise in due gironi. Nel girone A sono comprese l'Ambrosiana Milano, la Leonessa Brescia e la Michelin Torino. Nel girone B giocano la Lazio, Bologna e la Leoni S. Marco Padova. Le due favorite sono l'Ambrosiana e la Lazio (presieduta dall'ingegner Cortesi). La prima, allenata dallo scozzese Tom Potter, gode dell'apporto di quasi tutti i giocatori dello S.C. Italia, mentre i romani, guidati dall'inglese John Thomas, vantano già di una seppur minima esperienza agonistica (l'anno precedente, il 23 maggio, avevano infatti affrontato allo Stadio del Partito, davanti a 20.000 spettatori, la Leonessa Brescia, nella prima partita giocata nella capitale). Come da pronostico approdano alle finali: il primo match è vinto dalla Lazio 5-0, il secondo dall'Ambrosiana per 10-3. Si va allo spareggio, giocato in un torrido pomeriggio del 16/06/1929 allo Stadio del Velodromo di Bologna ( una foto dell'epoca testimonia che il giardiniere che avrebbe dovuto aver cura del prato era probabilmente già in ferie, vista l'altezza dell'erba...). Vittoria per 3-0 dell'Ambrosiana. A testimonianza della superiorità delle due finaliste sulle altre squadre, basti pensare che in occasione del primo test match disputato dalla nazionale italiana, il 20 maggio 1929 a Barcellona contro la Spagna e perso 9-0, dei diciotto atleti scesi in campo, otto sono della Lazio, sei dell'Ambrosiana, due della Leonessa, uno della Michelin e uno dei Leoni S.Marco...
Il campionato successivo le squadre sono già dodici e si registrano significative novità: dopo roventi polemiche successive alla partita in terra di Spagna (e che avevano riguardato lo spinoso tema dei rimborsi) la federazione è stata soppressa e rifondata, e le società del primo campionato sciolte e rifondate con altri nomi (ad l'eccezione della Michelin Torino, che resiste). Atleti e dirigenti dell'Ambrosiana creano l'Amatori Milano, che avrà storia lunga e gloriosa, gli ex della Lazio confluiscono nell'A.S. Roma. Si organizzano quattro gironi: in quello A giocano Amatori Milano, Guf Torino, Guf Genova, Baracca Milano. In quello B sono inserite Michelin Torino, G.S. Mussolini Milano, Battisti Torino e Fiat Torino. Nel girone C stanno sole solette Bologna e Guf Padova, mentre nel D si battono A.S. Roma, Guf Napoli ed Audace Roma. Il copione però non muta: nel girone finale sono ancora le due finaliste dell'anno precedente a contendersi il titolo, alla fine di nuovo assegnato ai milanesi, non senza polemiche. Infatti nel match di ritorno, che si gioca a Roma, la Roma, per una meta contestata, decide di abbandonare il terreno di gioco in segno di protesta. La classifica finale vede così l'Amatori chiudere a 14 punti, la Roma a 12 e ben dietro tutte le altre.
Anche i due successivi campionati vivono del dualismo fra Amatori e A.S. Roma, ma alla fine sono sempre i milanesi ad imporsi.

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RE: Re: RE: La storia del S10 e delle sue squadre

Messaggioda MT » 5 gen 2007, 16:10

graaaaaasssie


poi faccio il puzzle e lo inserisco qui
grazie ancora

:D

GRUN
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RE: Re: RE: La storia del S10 e delle sue squadre

Messaggioda GRUN » 5 gen 2007, 17:03

I giocatori di maggior spessore e personalità dell'Amatori sono Bricchi (che appena smesso di giocare sarà anche CT della nazionale) e Paselli (il papà del quale fu anche il primo presidente del sodalizio milanese), entambi anche capitani della nazionale. Nella Lazio prima e nell'A.S. roma poi invece a fare da riferimento sono i quattro fratelli Vinci, Eugenio, Paolo, Francesco e Piero, che dopo aver iniziato col calcio, scoprono il rugby nel campo di fortuna di Villa Glori e si rivelano subito, specie i due più giovani, ottimi talenti, tanto da vestire tutti la maglia azzurra (nella partita sopra ricordata con la Spagna sono, nel secondo tempo, tutti e quattro contemporaneamente in campo, record ancora ineguagliato). A Torino il nome più famoso è quello di Dondana, che scopre e gioca il rugby (nel forte Clermont Ferrand) in Francia, dove lavora per la Michelin, ed una volta tornato in patria, riceve dalla fabbrica di pneumatici l'incarico di formare ed in pratica allenare la squadra che parteciperà ai primi quattro campionati. E' una fase storica tumultuosa, caratterizzata da incredibili entusaismi, ma anche da approssimazioni inevitabili in ogni periodo pioneristico. Molti atleti sono "rubati" ad altre discipline, che spesso continuano a praticare con ottimi risultati. E' il caso del seconda linea milanese Sessa, nazionale di basket, che il 29/05/1930 esordisce con la nazionale di rugby (Italia-Spagna 3-0), di Centinari, calciatore e specialista in atletica leggera nel salto in alto e nel salto in lungo a piedi uniti, o qualche anno dopo di Umberto Silvestri, nazionale di lotta greco romana, che riuscirà a vestire l'azzurro anche nel nostro sport. Le strutture di gioco sono davvero di elementare linearità: lo scopo è, dopo conquista da touche o da mischia ordinata, raggiungere l'ala nel minor tempo possibile. L'estremo non si inserisce quasi mai nelle trame di attacco, si usa il gioco al piede solo quando l'azione offensiva non ha più impulso, senza particolari sottigliezze tattiche legate ad esplorazioni di box o porzioni di terreno incustodite dalla difesa avversaria. Tutto cambia con l'arrivo a Roma del mediano di apertura sudafricano Pierre Theron, anche fondamentale guida tecnica, e a milano del grandissimo francese Julien Saby, una delle figure più importanti nella storia dello sviluppo del rugby in Italia.

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zuffy
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Messaggioda zuffy » 5 gen 2007, 17:49

ciao MT!
a te e a tutti quelli che hanno da poco iniziato a seguire il rugby consiglio l'acquisto di almeno un annuario tipo questo:

rugby 2003
pacitti-volpe edigrafital (teramo)

si trova su libreriadellosport.it o siti simili
cmq ogni anno ne esce uno aggiornato ma se vuoi risparmiare prendi quello di due tre anni prima..tanto la storia recente si sa!
ci trovi una marea di info, è un prodotto forse più per giornalisti e addetti al settore ma pure per chi si vuol documentare va benissimo...

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Messaggioda GRUN » 5 gen 2007, 18:42

Col crescere del successo del rugby e proporzionalmente delle ambizioni e delle aspettative, sempre più urgente appare rivolgersi ad allenatori stranieri, generati da movimenti che contano tradizione, conoscenze e alto numero di praticanti. Così nel campionato 1933/34 si può apprezzare l'opera del francese Bucheron al Rugby Torino, dell'inglese Thomas al Guf Napoli, del francese Baillette al Bersaglieri Milano, squadra nata da una costola dell'Amatori e subito postasi in forte rivalità con la società faro del movimento italiano. Ma a segnare un'epoca sono, come già accennato, Theron e Saby. I dirigenti capitolini, stanchi di onorevoli, ma dolorosi secondi posti, vogliono fare il salto di qualità. Individuano in Pierre Theron l'uomo giusto: è un sudafricano che ha giocato nel Pretoria, e lavora a Roma impiegato nella delegazione sudafricana presso il Quirinale. Theron apprezza l'entusiasmo che anima atleti e dirigenti, ma verifica subito limiti strutturali macroscopici. Insiste sulla necessità di progredire attraverso l'organizzazione e l'allenamento, che pianifica con certosina accuratezza, garantendo alla squadra enormi progressi atletici e tattici. Organizza la spinta del pacchetto nelle fasi statiche utilizzando il 3-4-1, razionalizza l'uso dei calci (davvero tattici e non più preghiere innalzate agli dei del rugby una volta finiti ossigeno ed idee in attacco), ed in particolare dell'up and under, che serve a testare la consistenza delle linee arretrate avversarie e a portare pressione. Insegna al portatore di palla ad andare a contatto, aggiungendo all'azione dei tre-quarti, che fino ad allora in Italia si erano preoccupati di debordare al largo cercando l'ala e la sua corsa risolutiva, una nuova dimensione di gioco. Anche in campo il suo apporto è decisivo: nel campionato 1934/35 gioca nove partite, conducendo la squadra al primo titolo della sua storia, che arriva grazie ad un trionfale girone finale, nel corso del quale i bianco-neri (i colori richiamavano quelli della squadra argentina del Club Atletico San Isidro ed erano stati proposti dal mediano di mischia Bigi, che aveva soggiornato in Sud America, nel giorno della costituzione della società, avvenuta a casa dei fratelli Vinci nel 1930...) vincono nove partite su dieci, perdendo solo in casa del forte Bologna, poi arrivato secondo, davanti all'Amatori Milano, terza e grande delusa.

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Messaggioda GRUN » 5 gen 2007, 19:26

I dirigenti dell'Amatori non ci stanno. Ancora scossi dalle vicende che avevano portato alla nascita della Bersaglieri, preoccupati dalla crescita della squadra bolognese e dalla forza della Rugby Roma, spingono il pedale sull'acceleratore, tesserando per la stagione 1935/36 il tre -quarti Renzo Maffioli, cresciuto nel Guf Padova (il Petrarca deve ancora nascere...), destinato ad una grande carriera, anche in azzurro, ma soprattutto ingaggiando Julien Saby, ex giocatore del Grenoble. Il tecnico francese era stato portato in Italia dal presidente della Federazione, Ettore Rossi, nel 1934, per garantire al movimento basi finalmente solide. Saby è un insegnante straordinario, con cultura profondissima e lucido organizzatore. Il suo avvento determina una rivoluzione, una svolta copernicana, la più importante per il rugby italiano. Saby parte dalle fondamenta, tenendo un corso per allenatori ed arbitri che farà epoca, grazie al quale molti futuri tecnici potranno finalmente garantire ai giocatori delle generazioni successive insegnamenti sostenuti dalle conoscenze basilari (Saby infatti non è solo sa di rugby, ma insegna ad insegnare, una condizione imprescindibile che molti docenti, a quasiasi livello, anche per altri campi del sapere, non tengono in debita considerazione). Al corso farà seguito la pubblicazione di un manuale che molti decenni sarà l'autentica bibbia, il punto di riferimento per tanti allenatori italiani. Progetta anche una macchina per la mischia, avveniristica per quegli anni, per rendere più razionale e redditizio l'allenamento degli avanti (ed alle seconde linee insegna a legarsi ai piloni lateralmente e non più passando il braccio sotto le gambe). A dire il vero in mischia ordinata preferisce lo schieramento 3-2-3, destinato a minor successo storico del 3-4-1 caro a Theron, ma è una quisquilia, a fronte dell'enorme mole di insegnamenti che garantisce a chi frequenta i suoi corsi ed i suoi allenamenti. Mago dei fondamentali, svela i segreti del passaggio, della presa al volo, della posizione dei piedi, delle braccia, delle mani, in tutte le fasi di gioco (e lavoro simile farà, tanti anni dopo a Rovigo, come ha così ben ricordato L3gs in suo profilo su Doro Quaglio apparso nel 3D su Roy Bish). E' francese, ama poco l'uso dei calci di spostamento e predilige il gioco spumeggiante alla mano; ma l'esplorazione in larghezza del campo e la ricerca della profondità si realizzano superando le troppo elementari soluzioni degli albori del gioco. L'apertura deve ricevere la palla in movimento, l'estremo inizia ad inserirsi nelle giocate offensive, si comincia a riflettere sull'importanza degli angoli di corsa dei giocatori a sostegno, gli incroci divengono indispensabili.

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Messaggioda GRUN » 5 gen 2007, 19:50

La federazione non accetta il part-time e saluta Saby, una volta saputo della sua firma per l'Amatori (salvo richiamarlo nel 1937). I milanesi si prendono subito la rivincita: vincono a mani basse il girone di qualificazione, nei quarti di finale dominano, all'andata ed al ritorno, gli "odiati" cugini meneghini dell Bersaglieri, impedendo loro di segnare un punto ed in semifinale umiliano (24-3 e 22-0) Bologna. All'atto conclusivo non trovano, come avrebbero deiderato la Rugby Roma, che è stata sconfitta a sorpresa (8-3 e 3-6) da un Guf Torino tonificato dagli insegnamenti di Bucheron, destinato a prendere il posto di Saby alla guida della nazionale. I due match di finale non hanno storia e l'Amatori vince 11-3 e 9-0, chiudendo la stagione imbattuta, dopo aver espresso un gioco scintillante.
Il campionato successivo, stagione 1936/37, si gioca con girone unico ad otto squadre. E' un testa a testa entusiasmante fra le due potenze storiche del rugby italiano. Milano vince tutte le partite, tranne i due match coi romani, e questo garantisce il titolo alla squadra allenata da Theron, nella quale si mette in evidenza l'umbro, romano d'adozione, Tommaso Fattori, pilone tostissimo che anni dopo cambierà la storia della pallaovale italiana andando a predicare rugby a L'Aquila. Altri protagonisti, oltre agli inossidabili fratelli Vinci e all'altro veterano Raffo, sono Guglielmo Zoffoli, Umberto Silvestri e Carlo D'Alessio.

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Messaggioda MT » 6 gen 2007, 12:37

Eccomi qui! Scusate il ritardo!

Inserisco i post che riguardano la storia del rugby italiano, estratti dall'altro 3d TANTO RUGBY AL NORD E POCO AL SUD, PERCHE?

Ringrazio GRUN e mi inchino alla sua profonda conoscenza.



GRUN WroteColon...storicamente la prima città meridionale a sviluppare cultura rugbistica fu Napoli, partecipando nel 1931/32, con la squadra del Guf, al campionato di serie A, che fino ad allora aveva visto protagoniste squadre del nord e società romane. Il Guf Catania ed il Guf Palermo entrarono in A nel 1934/35. Dopo un breve periodo di crisi delle squadre del sud, Napoli tornò nella massima divisione nel 1938, con la S.S., peraltro subita retrocessa. Il testimone fu raccolto dal Guf Napoli nel 1939/40, che tra alterne vicende, si barcamenò fino al 1942/43. nel dopoguerra il primo campionato si giocò nel 1945/46, e per ragioni organizzative ed economiche si raggrupparono le squadre in due gironi, quello settentrionale (Coppa Alta Italia) e quello del Centro Sud, diviso in Campionato Romano (con 5 partecipanti, Rugby Roma, Olympic '44, Juventus, Goliardica e Amatori Lazio) e quello camoano, che venne vinto da Napoli, in quanto... unica iscritta. per la cronaca nel gironcino finale a tre del Campionato Centro Sud, i partenopei arrivarono secondi a pari punti con l'Olympic dietro la Rugby Roma, poi sconfitta nella finale nazionale dalla fortissima Amatori Milano. Napoli tornò in A con la Snus nel 1947, che vi rimase, con poca gloria, fino al 1949, quando a rilevarla nella massima serie fu il Napoli, che nel 1951 divenne Partenope, retrocedendo però al termine della stagione 1952/53, risalendo nel 1956, sempre unica squadra meridionale di vertice. Il salto di qualità avvenne nel 1958 e per alcune stagioni la Partenope si rivelò davvero tra le protagoniste del nostro campionato arrivando a vincerlo nel 1964/65, con Emilio Fusco in panchina ed Elio Fusco, Ascantini, Ambron, tra gli altri, in campo. La stagione successiva ci fu il bis, e alla compagnia si aggiunse, proveniente dall'Italsider Genova, Marco Bollesan. Per vedere un'altra squadra del sud in serie A bisognerà attendere il 1970/71, quando a Napoli, diventato nel 1969 Cus, si aggiungerà l'Amatori Catania. Nel 1976/77 ci sarà poi l'esperienza, effimera della caronte Reggio Calabria, due campionati nella massima divisione, sufficienti però a mettere in mostra e a valorizzare un grande giocatore calabrese, Giuseppe Artuso, 31 caps con la nazionale, destinato a trovare gloria nel Petrarca Padova. Il campionato più soddisfacente dell'Amatori ctania fu quello del 1981/82, quando la squadra chiuse terza dietro Scavolini L'Aquila e Benetton Treviso. Purtroppo all'ascesa dei catanesi fece da contraltare la crisi dei napoletani che, retrocessi nel 1973, non sarebbero più stati in grado di proporsi ai massimi livelli. In Campania va comunque ricordata Benevento, dove il rugby ha conosciuto un grandissimo successo e dove si sono formati, nei vivai delle due più importanti squadre cittadine, Unione Sannio e Us Rugby Benevento, giocatori importanti, quali, fra i tanti Totò Perugini e Zullo.

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Messaggioda MT » 6 gen 2007, 12:38

GRUN WroteColonIl rugby in Italia, nella sua fase embrionale, che va dal 1890, quando dei gentiluomini inglesi di stanza a Genova iniziano a passarsi una pallaovale, al 1928, anno del primo campionato, si lega indossolubilmente alla presenza di stranieri che, divertendosi con un gioco da loro già popolare, gettano i primi semi. Nel 1910 a Torino, città allora d'avanguardia nel nostro panorama sportivo, si disputa il primo test in terra italiana tra Racing Club Parigi e Servette Ginevra, mentre il 2 aprile 1911 a Milano, grazie alla tenacia di Piero Mariani, il primo vero pionere del rugby italiano, l'U.S. Milanese affronta i francesi dell'U.A. Voironnaise, perdendo per 15-0. Dopo un'altra partita giocata a Vercelli dai milanesi l'anno dopo e persa 3-12 contro lo Sport Athletique Chambery, cala il sipario. Sgretolate dagli eventi legati al primo conflitto mondiale, costrette a forzati rientri in patria, le comunità straniere abbandonano le città italiane ed interrompono il processo di sviluppo del rugby. Del quale si riprende a parlare nel 1926, grazie alle iniziative di un signore milanese, Stefano Bellandi, che, aiutato da Algiso Rampoldi, presidente della società polisportiva S.C. Italia, recluta un manipolo di baldi giovanotti, quasi tutti fino ad allora dediti all'atletica leggera, insegna loro i primi rudimenti e li porta in giro per l'Italia settentrionale a giocare contro squadre francesi e, soprattutto, a fare propaganda alla nuova disciplina. Nel frattempo, esattamente nella primavera del 1927, anche a Roma si avvertono le prime scosse, grazie all'ingegner Roberto Villa, che, appassionatosi in Francia, dove si reca spesso per ragioni professionali, a questo sport, lo diffonde, tra gli studenti universitari. Il successo è così repentino da determinare la creazione del Comitato di Propaganda centro-meridionale (al nord Bellandi aveva fondato il Comitato Nazionale di Propaganda del Giuoco della Palla Ovale) e, fatto importantissimo, l'istituzione della sezione rugby all'interno del Guf Roma. E qui mi aggangio all'intervento di rugbyteacher per affrontare l'argomento Guf. Si trattava dei gruppi universitari fascisti, demandati all'organizzazione delle attività sportive degli studenti. Il partito, così attento a tutto ciò che atteneva all'educazione fisica ed ai piani di formazione da attuarsi attraverso la pratica delle varie discipline, mostrò subito di gradire il nuovo sport, tanto da consigliarne, anzi, caldeggiarne, attraverso le parole del gerarca, segretario del partito e presidente del Coni, Achille Starace, la pratica. Sport di contatto e combattimento, il rugby sembrava esaltare le caratteristiche di virilità e coraggio che i dirigenti del partito volevano veder incarnate nella gioventù italiana. In pochi anni quasi tutti gli atenei italiani, e quindi i Guf, disposero di una squadra iscritta ai vari campionati. Al secondo campionato nazionale, quello del 1929/30, parteciparono il Guf Torino e quello genovese; nel 1932/33 le squadre dei Guf iscritte al massimo caqmpionato erano ben quattro su sette partecipanti (Guf Torino, Guf Genova, Guf Napoli e Guf Padova). "L'imprinting" universitario sullo sviluppo di questo sport in Italia è stato quindi forte ed evidente: basti pensare che a Rovigo la prima palla bislunga venne fatta rotolare nel maggio 1935 da Davide Lanzoni, che studente di medicina a Padova. si era innamorato del "rebi" contagiato dai compagni di facoltà che lo praticavano da qualche anno... Questi sono eventi storici oggettivamente riscontrabili, sui quali non credo debbano pesare scorie ideologiche. E' altresì vero che nel secondo dopoguerra in alcune città ci furono resistenze alla pratica del rugby, che veniva ricordato come troppo strumentale a certe forme di propaganda fasciste. L'eredità dei Guf, dopo processo di depurazione, venne raccolta dai Cus, Comitati universitari sportivi, che continuarono a garantire grande sostegno al rugby, come dimostrano le esperienze di Genova, Roma, Padova, Napoli, Milano, le cui squadre Cus parteciparono, in epoche diverse, al massimo campionato, dando tanti giocatori alla rappresentativa nazionale.

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Messaggioda MT » 6 gen 2007, 12:39

GRUN WroteColon...Il massimo campionato italiano tornò disputarsi nel 1945: considerando le partecipanti a quel torneo e a quelli degli anni successivi, arrivando fino al 1955, non si registrano le iscrizioni di città, settentrionali o meridionali, caratterizzate da presenze vincolanti di forze militari alleate, con la parziale eccezione della Giovinezza Trieste, una polisportiva molto connotata, in quelle stagioni torride, spesso tragiche, per la città giuliana, da forte nazionalismo anti jugoslavo. C'erano Parma, l'Amatori Milano, la Ginnastica Torino, il Rugby Genova, Rovigo, il Petrarca Padova (dal 1948), la Snus Napoli, poi sostituita dalla Partenope, dal 1951 L'Aquila, Bologna... Insomma, centri nei quali il rugby aveva già attecchito prima della guerra o dove, come nel caso de L'Aquila, vi sarebbe arrivato per vie autoctone. Forse in centri più piccoli, privi dell'esposizione della massima serie, questo lavoro dei soldati stranieri fu davvero fecondo, ma non è facile disporre di dati certi. In molte cittadine dove i contingenti alleati si stanziarono, rimanendo per lunghi periodi, non ci sono riscontri diretti (ad esempio ad Anzio la squadra di rugby fu fondata solo negli anni sessanta). A mio modo di vedere è stato molto più profondo e determinante il contributo, all'intero movimento rugbistico italiano, garantito da Julien Saby, del quale mi riprometto di parlare nel prossimo intervento.

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Messaggioda MT » 6 gen 2007, 12:40

And last but not least

lido-rugby WroteColonA l'aquila fu un prof. Fattori che lho importo creando col tempo una squadra,che dopo alcuni decenni ha vinto titoli nazionali e creando in una cittadina di montagna una fantastica mentalita' rugbystica,immagino sia successo uguale a catania.
in francia e' nel sud che si e' diffuso piu' il rugby,forse la vicinanza geografica a facilitato la diffusione.
a sud c'e' la difficolta' per le squadre a trovare campi,e per mia esperienza trovare aziende che investano in publicita' in uno sport poco conosciuto.
...


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