Storia del campionato italiano e del super 10

La Storia del Rugby, le sue Tradizioni, le Leggende, attraverso documenti, detti, racconti, aforismi.

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MT
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Messaggioda MT » 26 apr 2007, 16:32

Da parte di GRUN:


"La Francia aveva infatti superato le grandi crisi dei due decenni precedenti, così gravi da mettere a rischio lo sviluppo e la sopravvivenza stessa del rugby. Gli anni venti avevano registrato un sviluppo quasi incontenibile, ma anche la violenza sugli spalti ed in campo, con le morti di di Gaston Rivière e Michel Pradié, in un campionato dominato sempre più dalla necessità di fare risultato che dal desiderio di sviluppare gioco. Gli anni trenta si erano aperti con la cosiddetta "Scissione dei dodici", una dozzina di club storici ed influenti (tra i quali bisogna ricordare almeno Stade Toulousain, Stade Francais, Perpignan e Biarritz) che per protesta contro il gioco violento, contro il professionismo celato ma dilagante e contro il lassismo della federazione, incapace di trovare antidoti a queste degenerazioni, erano usciti dalla FFR, fondando l'Ufra, Union Francaise de rugby amateur. Lo stato di crisi aveva portato anche all'esclusione, sancita dalle Unions il due marzo 1931, dal Cinque Nazioni e dall'International Board e alla contemporanea "irruzione" del rugby a XIII, professionale ed organizzato da una Lega autonoma. Avrà un successo immediato ed impetuoso, sottraendo al XV molti dei giocatori migliori. Soltanto nel 1939 la FFR, temendo di scomparire, accetterà l'imposizione delle Unions di abolire il campionato, considerato la causa primaria di tutti i mali, con conseguente ritorno nel tempio del Cinque Nazioni, che però, a causa della seconda guerra mondiale, si concretizzerà solo nel 1947. Un colpo tremendo al rugby a XIII verrà invece inferto nel dicembre del 1941 dal maresciallo Petain, che ne impone, con tanto di decreto, la fine, anche se il League, a conflitto finito, risorgerà, però senza ritrovare la popolarità dell'anteguerra. Nel 1942 si riorganizza il campionato sotto l'egida dell FFR e nel 1945, con Galles-Francia, si riallacciano i contatti internazionali. Il rugby francese quindi, malgrado tutte le difficoltà e tutte le scorie che continueranno ad intossicare il movimento, ritrova identità che sembravano smarrite, cercando di portarsi al livello delle grandi potenze mondiali. Il rugby italiano, che già aveva zoppicato negli anni precedenti il conflitto, riparte più tardi e con meno strutturazione, tagliato fuori anche dai confronti internazionali, che inizialmente ci vengono negati a causa delle responsabilità del governo fascista. Quando abbiamo di nuovo l'opportunità di misurarci con la realtà francese, lo iato si manifesta impietoso."

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Messaggioda MT » 27 apr 2007, 17:12

Un'altra lezione di storia del prof GRUN

"A ribadire le differenze tra i due paesi arriva, il 28 marzo 1948, il match contro la Francia, il primo della storia a giocarsi in Veneto, a Rovigo, ed il primo della nazionale dal 1942. Il risultato dice tutto: 6-39, con ben nove mete (allora la meta contava tre punti) contro una, segnata dal grande Paolo Rosi. Una sconfitta resa ancora più umiliante dalla constatazione che sul campo del Tre Martiri, allora tempio del rugby rodigino, situato vicino all'ippodromo, era scesa la squadra B; la Francia "vera" era impegnata infatti nel Cinque Nazioni. Per dare un'idea di quanto difficile sia in quel periodo svolgere attività internazionale, basti considerare che nel 1948 gli azzurri giocano due test nel 1948, due nell'annus horribilis 1949 (consueta grandinata con la Francia B, 0-27, ed umiliante sconfitta a Praga contro la modesta Cecoslovacchia, 6-14), addirittura nessuno nel 1950 ed uno solo nel 1951, vittoria a Roma per 12-0 sulla Spagna. A rendere meno sporadici i contatti col resto del continente contribuisce l'istituzione, nel 1952 e sotto l'egida della FIRA, della Coppa Europa. L'esperimento ha vita breve, perché dopo la seconda edizione del 1954 il torneo verrà interrotto e ripreso solo nel 1967, ma consente alla nostra federazione di riallacciare contatti stabili in un'Europa che dopo la seconda guerra mondiale ha cambiato i connotati rugbistici. La Germania, che negli antecedenti al conflitto aveva conteso all'Italia il ruolo di seconda forza continentale, entra in una crisi irreversibile che porterà il rugby tedesco sempre più in basso. In Spagna, dove il rugby nella fase aurorale è stato espressione soprattutto catalana ed in misura minore basca, il ridimensionamento (o l'annullamento) voluto da Franco delle autonomie e delle identità locali, determina anche un minor interesse per la palla ovale. Belgio e Olanda, che avevano preso parte insieme a Francia, Italia, Romania e Germania al Torneo Europeo FIRA del 1937, antesignano della Coppa Europa, avranno sempre meno peso e credibilità tecnica nel panorama internazionale. E' la Romania, peraltro nostra abituale avversaria tra il 1937 ed il 1942, a crescere, unico paese del blocco dell'Est a credere e ad investire risorse nel rugby, con progressi tali da farne, negli anni sessanta e primi settanta, avversario credibile e temuto di Francia e di altre grandi ( e con primo posto nella classifica finale della Coppa Europa in ben cinque edizioni, con clamoroso e storico primo successo nell'edizione del 1968/69). "

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Messaggioda MT » 27 apr 2007, 17:58

"Intanto una correzione. Sopra ho scritto erroneamente che la Coppa Europa riprende nel 1967; in realtà si rianima nel 1965. Sempre per la cronaca l'edizione del 1952 e quella del 1954 vengono vinte dalla Francia, che supera in entrambi i casi in finale l'Italia, onorevole 8-17 a Milano (con meta di Percudani) e 12-39 all'Olimpico, con mete di Gabrielli e del grande parmense Sergio Lanfranchi. E' doveroso rammentare che in queste due occasioni la Francia ci concede l'onore di schierare la formazione titolare; chi ha la fortuna di assistere a Roma alla partita del 1954 può ammirare campionissimi quali Albaladejo, di solito apertura, nella circostanza schierato estremo, il centro Boniface, e uno dei più grandi giocatori di tutti i tempi del rugby transalpino, Jean Prat, flanker dal raggio di azione illimitato, d'intelligenza tattica non comune e kicker affidabilissmo, sia nei calci di spostamento che nei piazzati, così forte da essere chiamato Monsieur Rugby dalla stampa inglese, di solito, specie all'epoca, poco prodiga di apprezzamenti per i cugini...
Torniamo a Maci Battaglini ed alla sua esperienza francese, così determinante per la sua formazione, ma anche, e lo si capirà a posteriori, per il rugby italiano. Dai maestri rimane tre anni, giocando il primo e l'ultimo campionato a Vienne, il secondo a Tolone. Viene in pratica "rifondato" sotto il profilo tecnico e tattico da Etchebarry, e dopo le prime comprensibili difficoltà e diffidenze, esplode, diventando, da terza linea atipica (anch'egli grande calciatore) un giocatore di spicco nel massimo campionato francese. Vinto dalla nostalgia per la propria terra, torna nel 1950, nel doppio ruolo di allenatore e giocatore, portando in dote conoscenze che si riveleranno fondamentali per far crescere giocatori volenterosi, appassionati, ma molto sprovveduti, privi di guide tecniche affidabili. Rovigo trae beneficio immediato da quelle lezioni, come vedremo fra poco."

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Messaggioda MT » 27 apr 2007, 18:40

"Maci Battaglini, che ha un fratello, Francesco "Checco", anch'egli azzurro, fa da apripista ad altri rugbisti italiani, chiamati oltralpe dai francesi che, entusiasti delle prestazioni del gigante rodigino, si convincono che anche da noi si possono trovare atleti interessanti. Nel 1948 approdano a Vienne il romano Barilari edi rodigino Vittorio Borsetto (il figlio giocherà a Grenoble), poi a Grenoble il milanese Piccinini, a Tolone nel 1955 il rodigino Malosti (vi rimarrà sei anni, chiudendo la carriera a Vichy e restando a vivere in Francia). Qualche anno dopo vivrà una stagione a Bourgoin un altro figlio di Rovigo, Doro Quaglio, ma i due italiani di Francia più amati dal pubblico ed apprezzati dalla stampa Sergio Lanfranchi, nato nel 1925 a Parma, e Francesco Zani, nato ad Iseo, in provincia di Brescia, nel 1938. Il primo gioca per 15 anni a Grenoble, vincendo anche un titolo, e venendo considerato per molti anni il miglior pilone del torneo (anche se poi in carriera ricopre altri ruoli nel pacchetto) e chiude con impresa storica, la promozione in massima serie del piccolissimo Montceau Les Mines, che trascina all'impresa col suo carisma di vecchio leone ultraquarantenne. Lanfranchi, che in Italia vince lo scudetto del 1948/49 con la maglia del Parma, colleziona 21 caps con la maglia della nazionale, il primo nel 1949 e l'ultimo nel 1964, sempre, ed il destino non avrebbe potuto fare altrimenti, contro la Francia. Nessun altro a giocatore italiano è rimasto azzurro così a lungo. Di Zani abbiamo parlato in altre sedi e giustamente, perché è stato un giocatore straordinario, in seconda e terza linea; arriva ad Agen nel 1960 e lì trascorre (dopo gli scudetti italiani conquistati con la maglia delle Fiamme Oro) gli anni più importanti della carriera, rimanendo a vivere nella cittadina francese anche conclusa l'esperienza da giocatore, impreziosita da 11 caps con la nazionale. L'esperienza però più curiosa dei rugbisti italiani all'estero (sempre riferita a quel periodo) è forse quella del padovano Antonio Danieli, cresciuto nel Petrarca, 5 presenze con la nazionale accumulate nel 1955 e poi trasferitosi in Inghilterra, per diventare giocatore di spicco... del rugby league. quello a tredici, primo italiano a saltare il fosso, almeno ad alto livello."

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Messaggioda MT » 30 apr 2007, 17:30

Un'altra lezione di storia da parte di GRUN

"Nel campionato 1947/48 si definiscono i valori, con ai primi posti le squadre che per alcuni anni domineranno la scena. A vincere il titolo è la Rugby Roma, che nell'estate del 1946 aveva in pratica assorbito le numerose società sorte nell'anteguerra nella capitale, assicurandosi i giocatori più promettenti. Dopo un campionato di assestamento, il lavoro di Vinci e Hearn (che s'ispirava, come già aveva fatto Theron, al verbo tecnico e tattico di Markotter, una delle menti più decisive della storia del rugby sudafricano) assicura i risultati sperati: una mischia solida, efficace nella gestione del possesso, grazie soprattutto alle forti seconde e terze linee (Barilari, Piero Gabrielli, Bove, Silvestri, Cherubini, tutti nazionali), garantisce palloni di qualità che l'apertura Marini smista a tre quarti davvero in grado di fare la differenza nel contesto del campionato italiano. L'estremo Tartaglini, le ali Rossini e Pitorri e soprattutto la coppia di centri Rosi e Farinelli formano una linea arretrata di talento mai visto fino ad allora nel nostro campionato, tanto da essere riformata integralmente anche in nazionale nelle rare occasioni in cui gli azzurri scendono in campo. Bisogna ricordare che all'epoca i fuori gioco è determinato dalla linea del pallone, anche nelle mischie ordinate, dalle quali si staccano con anticipo consentito dal regolamento le terze linee, smaniose di braccare i mediani. Per questa ragione viene in pratica codificato come gesto tecnico necessario al repertorio e alla "sopravvivenza" dei mediani di mischia il passaggio in tuffo, del quale sarà il più celebre interprete il sudafricano Danie Craven. Ed è per questo che i tre quarti si schierano molto profondi, con l'apertura ben sistemata nella tasca, propensa, nella maggior parte dei casi, a calciare piuttosto che ad aprire alla mano. Anche su questo punto sarà utile rammentare che esiste la regola che permette di calciare in touche da qualsiasi punto del campo e guadagnare la rimessa laterale(soltanto nel 1968 l'International Board sancirà il divieto di calciare direttamente in touche fuori dall'area dei propri ventidue, inserendo nel regolamento la norma forse più importante per lo sviluppo del gioco). L'utilizzo indiscriminato del gioco al piede spiega anche il perché di risultati così "magri" (lo 0-0 è piuttosto frequente...) e le numerose leggende sorte intorno all'inoperosità delle povere ali... La Rugby Roma propone interessanti soluzioni eterodosse e sfrutta in particolare il talento individuale di Paolo Rosi e la sua intesa con Rossini e Farinelli, con i quali propone devastanti ed inconsueti incroci che risultano rebus irrisolvibili per i difensori."

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Messaggioda MT » 2 mag 2007, 18:25

"Paolo Rosi, che ha iniziato a giocare nella squadra del Laboratorio di Precisione per poi mettersi in evidenza nell'Olympic '44 (e che dopo l'esperienza alla Rugby Roma vestirà la casacca de L'Aquila), sfrutta anche qualità individuali fuori dal comune, tanto rare da esprimere nel campionato dell'epoca. E' forse il primo italiano ad usare con competenza e continuità il side step, che gli consente cambi di direzione micidiali, resi ancora più devastanti dalla grande velocità che riesce a sviluppare nei primi quindici, venti metri. In un rugby che, quando vi riesce, sviluppa l'azione dei tre quarti prevalentemente attraverso il debordaggio al largo con corsa risolutiva dell'ala e, seconda opzione nel caso l'estremo chiuda o placchi, con calcio di questa verso il centro del campo per l'arrivo degli avanti, quasi sempre le terze linee, avere un giocatore che crea il break interno prima che la palla si smorzi vicino alla linea laterale è un'alternativa seducente e produttiva, specie se la seconda linea di difesa è rappresentata, come quasi sempre accade, dal solo estremo, facile da battere in uno contro uno o due contro uno. Grazie a queste abilità offensive Rosi si fa perdonare una certa predisposizione alla difesa platonica e al "placcaggio contemplativo": con la maglia della nazionale gioca tredici partite, tante per quel periodo, e segna sette mete, tante per quel periodo. Il suo immaginifico modo d'interpretare le fasi d'attacco gli vale una prestigiosa convocazione nel settembre del 1953 nella selezione del Resto del Mondo, impegnata contro il Rosslyn Park per la celebrazione del centenario del club nientemeno che a Twickenam. Rosi, che è il primo italiano a varcare la soglia del tempio, anche in quella circostanza trova il modo di siglare una storica meta ("'na finta de qqua, 'na finta de llà e me so' trovato in mezzo ai pali. Facile" sarà solito raccontare quando i colleghi giornalisti lo inviteranno davanti ad uno scotch a ricordare l'impresa)."

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Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervello

Messaggioda MT » 9 mag 2007, 13:13

Grazie ad L3GS che ha segnalato questo articolo tratto da Il Gazzettino:

"Otto quintali di cuore e venti chili di cervello

di Antonio Liviero

È di 20 anni fa l'ultimo trionfo padovano. La prima domenica di aprile dell'87 un Petrarca da record concluse il più lungo ciclo del dopoguerra. Sul campo del Brescia l'australiano Knox mise al sicuro il risultato con un piazzato a un minuto dalla fine (22-15) . Un successo che valeva l'undicesimo scudetto. Undici titoli in diciassette anni. Il quarto consecutivo, il terzo di fila della gestione Munari che nell'84, con il ritorno alla presidenza di Memo Geremia, era subentrato in panchina a Lucio Boccaletto a soli 32 anni.

Vittorio Munari non solo incarnava i valori della grande famiglia dell'Antonianum, ma condivideva in pieno il pragmatismo di Geremia. Al quale aggiungeva una straordinaria conoscenza del rugby internazionale. La miscela fu esplosiva: squadra concreta e ancorata ai fondamentali, difesa a uomo, organizzazione in touche perfetta, mischia chiusa intrattabile. La spinta coordinata, a otto, rubava palloni a raffica. Un pack da 820 chili: «Otto quintali di cuore e venti chili di cervello» sentenziò Munari. Gardin, Dell'Uomo e Artuso erano i bisonti del maul, micidiale sugli sviluppi delle rimesse laterali. Innocenti, Galeazzo e Farina i cacciatori di palloni.

Valutata l'incertezza degli arbitraggi Munari decise di non passare per le seconde fasi. L'avanzamento era affidato ai calci millimetrici di Lorigiola, Campese e Knox che innescavano un capillare sistema di avanzamento collettivo. I trequarti erano rapidi a salire, occupavano gli spazi, orientavano i difensori nella zona di caccia degli avanti la cui devastante pressione costringeva gli avversari a indietreggiare anche di 10-15 metri palla in mano. L'esito era spesso la riconquista diretta della palla o, come consentiva il regolamento di allora, una mischia ordinata. Andava famosa una giocata chiamata "quadro". Quando si trovava vicino alla linea di touche, il pacchetto ruotava in modo da allontanare le terze avversarie, poi Lorigiola calciava come un sicario nel box a beneficio dell'ala sul lato chiuso. Erano mete a grappolo. Naturalmente c'era la variante Campese. Sul pressing difensivo Innocenti andava a prendere il suo posto all'apertura e David si infattava a mezza via alle spalle delle prima linea di difesa, pronto a raccogliere i calci degli avversari e a lanciare i suoi imprevedibili contrattacchi. Si diceva che il Petrarca fosse Campese-dipendente. Ma era un luogo comune perché quella squadra era vincente nel Dna. Lo dimostrò proprio nell'87, quando Campo aveva lasciato Padova, sostituto da Knox.Il 4 gennaio il Petrarca era atteso dal Rovigo di Lupini. Allora ci si allenava tre volte alla settimana. Munari prima di Natale riunì la squadra e fece un discorso chiaro: per passare al "Battaglini" serviva uno sforzo supplementare, un allenamento anche a Capodanno. I ragazzi si guardarono negli occhi e strinsero un patto d'onore. Il primo dell'anno erano tutti al Tre Pini ricoperto da 30 centimetri di neve. Munari si commosse. Ma all'allenatore non bastò. Giunto allo stadio fu illuminato da un incauto striscione che recitava: "benvenuti conigli". Quando fu nello spogliatoio lo riferì ai giocatori. Capitan Artuso si fece torvo e con l'aria di chi dice "lascia, che questa non è roba per te", spostò letteralmente Munari e uscì dallo spogliatoio seguito dalla squadra. Knox infilò due drop nella prima mezz'ora, Lorigiola si tuffò in meta al 45'. Finì con un perentorio 16 a 3. Il Petrarca era lanciato verso l'undicesimo scudetto.

GRUN
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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda GRUN » 14 mag 2007, 18:26

Il campionato 1947/48 vede classificarsi nell'ordine Rugby Roma, Rovigo, Amatori Milano, Parma, Rugby Milano, Ginnastica Torino, Giovinezza Trieste, Snus Napoli, Bologna e Rugby Genova, che retrocede, mentre dalla serie cadetta sale il Petrarca, che nella finale batte il Venchi Torino per 14-6 in Piemonte e vince a tavolino per rinuncia il match di ritorno. Inizia allora un processo di assestamento che, dopo i patemi del campionato successivo, porta ad un graduale consolidamento societario e tecnico che sulla lunga durata garantirà risultati eccezionali ai padovani dell'Antonianum.
Nel campionato 1948/49 la Rugby Roma si conferma, giocando un rugby meno divertente nelle fasi offensive, ma così solido e curato in difesa da concedere agli avversari solo 59 punti in 18 partite! La squadra è in pratica quella dell'anno prima, resa solida anche da rapporti di amicizia tra i giocatori che dureranno ben oltre le stagioni agonistiche e che garantiranno in quei campionati la coesione di un gruppo formato prevalentemente da giovani figli della colta borghesia romana. Il rugby italiano è però di nuovo alle prese con le sue cicliche crisi: la nazionale gioca due partite disastrose con la Francia B e la Cecoslovacchia, glia llenatori degli azzurri durano lo spazio di un mattino, la Federazione è percorsa da scosse telluriche che si ripercuotono su tutto il movimento e le polemiche e le contestazioni non risparmiano nemmeno il campionato. Questo vive per tutta la stagione su un equilibrio esasperato, con Rugby Roma, Rovigo, Parma ed Amatori Milano a lottare domenica dopo domenica per il primo posto. Al termine delle 18 giornate le prime tre sono appaiate a 26 punti, mentre i milanesi chiudono quarti staccati di quattro lunghezze. Ma proprio all'ultima giornata scoppia il caos. Si gioca il 24 aprile e Parma si fa imporre un clamoroso pareggio sul campo della Snus Napoli, già certa della retrocessione da alcune settimane. I parmensi sporgono però reclamo contestando l'arbitraggio; la federazione, che versa in stato comatoso, accetta il reclamo e stabilisce la ripetizione del match. Peccato che lo faccia quasi due mesi dopo... Parma vince 13-0 il 12 giugno e raggiunge in classifica la Rugby Roma e Rovigo. Si rendono necessari gli spareggi, che vengono giocati nella canicola estiva, scatenando le ire di Rovigo, che ha quasi tutti i giocatori impegnati... nei campi per la mietitura. "Regione geograficamente ed economicamente disomogenea, con le sue tante agricolture, con le sue storiche dicotomie tra zone rurali e zone manifatturiere", come scrivono G.L. Fontana e Giorgio Roverato in "Processi di settorializzazione e di distrettualizzazione nei sistemi economici locali: il caso veneto", il Veneto verifica l'esistenza di aree economicamente depresse, quali il Polesine, che non verranno riscattate nemmeno da tre leggi, una del 1950, una del 1957 e una del 1966 che invece avrebbero dovuto determinare un decisivo sviluppo con conseguente incremento delle attività imprenditoriali connesse ad artigianato ed industria proprio in questi distretti. Rovigo e provincia sono nel 1949 e rimarranno ancora a lungo, aera rurale e questa identità, nel campionato 1948/49 porta all'incoveniente sopra ricordato, con soddisfazione della Rugby Roma, che si aggiudica gli spareggi, battendo i rodigini in casa 9-3 ed i parmensi, in trasferta, 6-3.

GRUN
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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda GRUN » 22 mag 2007, 19:21

In coda si registra la retrocessione della Snus Napoli e la sofferta salvezza del Petrarca, che è costretto ad affrontare nello spareggio promozione-retrocessione il Rugby Genova, vincitore del campionato di serie B. I padovani s'impongono 9-6 al Carlini e poi in casa per 15-0. Ma per Padova ed il rugby italiano è comunque un anno da ricordare: a rimanere scolpita nella memoria risulta in particolare una domenica, quella del 17 ottobre 1948, quando il Petrarca esordisce in serie A, e, segno premonitorio, proprio contro i rodigini, che vincono 9-3. E' l'inizio della rivalità più viscerale della storia del nostro campionato: da questo momento fatti realmente accaduti s'intrecciano a leggende, considerazioni di carattere socio economico si avvinghiano a deragliamenti nel mito. La cattolica Padova, serbatoio di voti negli anni a venire per la da poco costituita Democrazia Cristiana, contro la città più "rossa" del Veneto, gli universitari bene educati del Collegio dell'Antonianum, che si narra che in campo non nomino mai invano il nome di divinità varie ed eventuali, contro i proletari del Polesine, che la leggenda vuole bestemmino più dei frequentatori delle case del popolo di Poggibonsi e di Rosignano, i petrarchini ricevuti in udienza speciale dal Papa ogni volta che giocano a Roma, i rovigotti che sui pullmann delle trasferte fanno scherzi atroci ed irriferibili alle matricole... Comunque sia, quel 17 ottobre 1948 si traccia la linea e non si torna più indietro.
Il campionato 1949/50 è uno dei più rilevanti e gravidi di significati e conseguenze per la storia del rugby italiano e non solo perché introduce al nuovo decennio. Il numero delle partecipanti viene portato da dieci a dodici (consentendo il ripescaggio del Rugby Genova e del Brescia), anche perché le emergenze dell'immediato dopoguerra stanno finendo ela pianificazione dell'attività risulta più agevole. E' l'ultimo campionato in massima serie della Ginnastica Torino, solo tre anni prima vincitrice dello scudetto, che si ritira, per polemiche con la dissestata federazione, a metà campionato. E' un colpo esiziale per il rugby piemontese, destinato da questo momento in avanti a recitare un ruolo molto marginale nel contesto nazionale (anche se negli anni settanta ci sarà l'esperienza nella massima serie dell'Ambrosetti Torino), con conseguenze negative per l'intero movimento italiano, che non potrà sfruttare le potenzialità, varie ed enormi, di una regione ricca e popolosa quale il Piemonte. La Giovinezza Trieste perde sempre più colpi ed anticipa il mesto addio del campionato successivo, mentre Parma, Rovigo ed un sempre più solido Petrarca, capace di chiudere al quinto posto, sanciscono definitivamente il predominio delle realtà di provincia su quelle espresse dai grandi centri urbani.

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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda GRUN » 22 mag 2007, 19:57

La Rugby Roma e l'Amatori Milano, sempre animato da Giuseppe Sessa, che aveva raccolto da allenatore l'erdità di Saby e poi sarebbe stato per anni il direttore sportivo, in realtà l'autentico motore della società meneghina, iniziano infatti a retrocedere di qualche posizione, non supportate dalla necessaria organizzazione e da un seguito di pubblico indispensabili per resistere all'urto di forze espresse da piccoli centri dove però il rugby è diventato lo sport più seguito o quello comunque più rappresentativo. Nel capoluogo lombardo, dove non bisogna dimenticare la presenza della sempre competitiva Rugby Milano, si evidenzia già ora quello che sarà il problema irresolubile ed il freno ad uno sviluppo completo del rugby in città, con conseguenze, anche in questo caso, che si ripercuoteranno sul movimento nazionale. A Milano il cuore del rugby pulsa, e lo farà anche nei decenni successivi, quasi esclusivamente nella zona di Lambrate, dove si trova l'impianto storico del rugby meneghino, il Giuriati, il sovraffollamento del quale sarà poi parzialmente alleviato dal Crespi, ma anche questo presente nella stessa area geografica. Le società milanesi ed i giocatori di rugby si svilupperanno in pratica solo in questa porzione urbana; la crescita tumultuosa della città negli anni sessanta, con i relativi problemi di traffico e di mobilità per i cittadini, contribuirà, in assenza di altri campi da gioco, specificamente assegnati al rugby e dislocati sull'intero territorio urbano, con l'eccezione insufficiente del Saini a Linate, a limitare il processo di crescita e diffusione, impedendo per l'ennesima volta ad una grande città di sfruttare al meglio le risorse umane.
Nel campionato 1949/50 l'Amatori contende comunque fino all'ultimo lo scudetto al Parma, che alla fine, grazie ad un gioco divertente che si fonda su una mischia solida, ma è capace di esaltare la velocità e le abilità tecncihe dei tre quarti, si prende il primo posto con 32 punti (ed una media di 11,24 punti segnati a partita, tanti in quegli anni), davanti all'Amatori che chiude con 29 p. ed ai rodigini che arrivano terzi a pari merito con la Rugby Roma con 24 punti. Parma può contare sulla forza del grande e già ricordato Lanfranchi, che prima di andare a Grenoble (dove farà l'elettricista in settimana ed il pilone alla domenica) trascina compagni di valore quali Mancini, Fornari, Masci, Andina e le due forti terze linee Aiolfi e Percudani, tutti destinati a giocare in nazionale.

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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda Bartlebooth » 22 mag 2007, 20:42

Bentornato Grun. Io raccolgo e metto da parte, in attesa di una pubblicazione...

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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda GRUN » 23 mag 2007, 18:55

Il campionato 1950/51 passa alla storia per due ragioni; segna il ritorno in Italia di Maci Battaglini, che diventa allenatore-giocatore della sua Rovigo, ed il primo scudetto ad una squadra veneta, proprio quella rodigina. Rovigo gioca un rugby basato sui principi fondamentali, conquista e possesso, attuati da un pacchetto pesante e irremovibile nelle mischie chiuse e che già propone embrioni di quelle che il rugby moderno chiamerà maul e svilupperà in senso sempre più dinamico. Battaglini, che gioca prevalentemente in terza linea, si stacca però spesso dal pacchetto per fungere in pratica da seconda apertura, ricevere l'ovale, conquistare spazio con i suoi calci lunghi e potenti, facendo lavorare i suoi avanti in modo da prendere punizioni a favore che lo stesso gigante s'incarica di piazzare per i tre punti. Il gioco rodigino è sicuramente meno spettacolare di quello mostrato negli anni precedenti dalla Rugby Roma e dal Parma, con ridotta propensione ad aprire al largo e a coinvolgere i tre-quarti, mortificando un poco il talento adamantino di Stievano. Ma Battaglini crede nella solidità e nelle strutture di gioco semplici e sicure; l'esperienza francese, in un campionato durissimo, spesso violento, che vede una fanatica esaltazione del risultato e battaglie equilibrate e vibranti ogni partita, lo ha convinto che la strada giusta sia quella intrapresa. Si crea allora uno dei tanti paradossi del rugby italiano, che porterà anche ad uno scontro dialettico molto duro e serrato tra lo stesso Battaglini e Saby. Il rugby proposto ed insegnato dai tecnici francesi nell'anteguerra idealizza e sviluppa il gioco alla mano, la ricerca del debordaggio al largo, il sostegno dei tre quarti al possessore di palla per far vivere il più possibile la stessa, un uso ponderato e ridotto dei calci di spostamento. Gli anni trascorsi oltralpe hanno messo Battaglini e gli altri emigrati a contatto con un'altra realtà più prosaica, li hanno immersi in un contesto agonistico e tattico che privilegia il ruolo del pacchetto di mischia, che antepone la sicurezza del possesso ai rischi insiti nell'esplorazione della larghezza del campo. Richiamato dalla federazione nel febbraio del 1951 ad aiutare il CT Renzo Maffioli nella gestione delle nazionale, Saby, qualche giorno prima di un raduno degli azzurrabili, entra in frizione e polemica col gigante rodigino, che non crede nell'efficacia del modello di gioco, che anticipando le teorie di Villepreux, si potrebbe chiamare "movimentista". Solo in un secondo momento il dissidio si ricompone parzialmente e a Battaglini verranno, tra il 1951 ed il 1953, concesse altre tre presenze in azzurro.

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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda GRUN » 23 mag 2007, 19:12

Rovigo nel campionato del primo scudetto subisce pochissimo, solo 50 punti in 21 partite, ma segna comunque moltissimo, 297 punti (il seecondo miglior attacco è queelo dell'Amatori Milano con 203 p.). In calssifica totalizzerà 35 punti, tre in più della Rugby Roma e cinque in più dell'Amatori Milano. E' la squadra del centro Romano Bettarello, papà di Stefano, del terza linea Malosti, dei forti piloni Turcato e Gabanella, del tallonatore Favaretto, dell'apertura Santopadre, del mediano di mischia Cecchetto, dell'ala Stievano, solo per citare i nazionali. E di Aldo "Topa" Milani, barelliere all'ospedale di Rovigo, che verrà ricordato per anni come il più brutto giocatore della storia del rugby italiano, ma che entra nella leggenda in primis per la Gilera con la quale sfida ogni tipo di strada ed ogni situazione metereologica pur di raggiungere i campi di allenamento e poi per le sue grandi capacità, soprattutto tattiche, che ne faranno negli anni a venire un tecnico importante e vincente del nostro rugby.

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Wakea
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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda Wakea » 26 mag 2007, 10:59

Graaande!!!

Non so perchè ma aspetto con trepidazione il periodo 67/69....
Grazie prof GRUN!

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RE: Petrarca 86/87: 8 quintali di cuore e 20 chili di cervel

Messaggioda GRUN » 28 mag 2007, 17:52

L'identità di gioco voluta e costruita da Battaglini in quei campionati lascia un segno indelebile anche per le squadre rodigine degli anni successivi, crea un paradigma al quale sarà sempre necessario riferirsi, determina anche nei tifosi una sorta di visione del mondo (ovale), un gusto, una propensione ad apprezzare il lavoro sporco e faticoso della mischia, una passione per le lotte di trincea, per le battaglie sudate ed infangate. Nei decenni successivi molto si discuterà (e favoleggerà) sulle differenti modi d'intendere ed amare il "rebi" di rodigini e trevisani, con quest'ultimi desiderosi di vedere il gioco prendere aria ed espandersi al largo, e con i primi ad applaudire il lavoro di conquista e mantenimento e ad apprezzare anche i calci di spostamento, se capaci di garantire guadagno di terreno. Anche se a volte un pò forzata, questa opposizione concettuale sarà comunque riscontrabile e contribuirà a determinare un'ulteriore differenziazione delle identità rugbistiche delle due città.


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