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Rugby nel mondo: piccole nazionali crescono

piccoli nazionali
Scritto da Rugby.it

Come si sta sviluppando il rugby nel mondo?

Se non fosse per il freddo che in questi giorni fa rabbrividire le ali ai piccioni e intirizzisce le code dei caprioli si potrebbe quasi dire che il rugby sta vivendo una nuova primavera. Al di là del grandioso successo della Coppa del Mondo è lo spuntare qua e là in tutto il pianeta di nuove squadre e nuove federazioni a dar la sensazione di un’epoca febbrile e felice per la palla ovale di base. Un’epoca quasi pionieristica, poiché nella maggior parte delle nazioni il rugby era fino a pochi anni fa sconosciuto o mal interpretato come sport violento e caotico. Quella concezione e quelle difficoltà vanno pian pian dissolvendosi, in un processo lento ma costante.

Olimpiadi

A cosa è dovuto questo progresso? Vengono alla mente due possibili concause: l’ingresso della palla ovale nel programma olimpico e l’apparire di nuovi media. L’ammissione del rugby alle Olimpiadi sta mostrando di possedere un’intensa forza trainante: ora anche le piccole federazioni hanno un sogno al quale tendere, un obiettivo sul quale impostare il lavoro e per il quale ottenere qualche fondo ministeriale.

Un ruolo forse altrettanto importante è svolto dai media: non solo i grandi canali tv specializzati, che mostrano a un pubblico ampio le prodezze dei campioni e aiutano le persone a familiarizzare con una disciplina non facile come il rugby, ma pure i social network, che permettono alle piccole federazioni, ai club e ai giocatori di conoscersi gli uni con gli altri, di scambiarsi informazioni, di organizzare partite e di rimanere in contatto molto più facilmente rispetto a dieci anni fa. Forse Zuckerberg e Facebook meriterebbero un Nobel per quanto hanno fatto nell’avvicinare le persone, ma questo è un altro discorso.

Anche il programma di World Rugby “Get Into Rugby” sta svolgendo un buon lavoro nello spargere piccoli semi di rugby in zone mai prima toccate, come la Guinea Conakry o la Somalia o il Viet Nam.

Sette virgola due milioni?

Le cifre fornite due mesi fa da World Rugby sono trionfali, al punto di far venire dubbi sulla loro veridicità: in otto anni, tra il 2006 e il 2014, il numero di praticanti nel mondo sarebbe balzato da 1.9 a 7.2 milioni. “E’ una crescita senza precedenti, culminata in una fantastica Coppa del Mondo”, ha gongolato il CEO di WR Brett Gosper. Una quadruplicazione quasi da miracolo biblico, difficilmente credibile ma che deve contenere almeno una parte di verità.

La carica dei 103

Accanto ai 103 membri ufficiali di World Rugby (l’ultimo arrivato, il piccolo Ruanda, entrerà nel ranking il prossimo lunedì) risiedono 16 membri in prova e 2 membri sotto sospensione, Camerun e Mauritania. Il mappamondo mostra che ormai la maggior parte dei paesi è entrata a far parte ufficialmente della famiglia del rugby, anche se rimangono vaste sacche “semi-deserte”: in Cina e India, che accolgono da sole più di un terzo della popolazione mondiale e che di World Rugby fanno pur parte, il rugby (dai cinesi chiamato “palla oliva”) rimane pressoché ignorato.

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Molti sono però gli stati nei quali la Federazione non ha per ora ricevuto l’imprimatur di World Rugby, o nei quali non esiste una Federazione, e che tuttavia già ospitano una appassionata attività ovale. Così in Nicaragua le ragazze della nazionale 7s capitanate da una giocatrice carina con gli occhiali viaggiano fino a San Salvador per partecipare ai campionati centramericani, dove perdono tutte le partite senza segnare neppure una meta un po’ come succedeva alla squadra di baseball di Charlie Brown; in Nepal si cerca di risorgere dopo il terribile terremoto di otto mesi fa anche disputando il primo campionato nazionale di rugby a XV; in Algeria la nazionale della neonata federazione affronta la sua prima partita ufficiale battendo 16-6 a Orano, davanti a tremila competenti spettatori, la forte Tunisia; ad Haiti l’ancora inespertissima nazionale di casa disputa il proprio primo match 7s internazionale contro la Rep.Domenicana, ricevendo veloci lezioni dall’arbitro sulle regole durante la partita.

Quattro esempi di quest’anno tra i tanti possibili di un rugby ancora agli albori; queste giovani Federazioni, per le quali è già motivo di gioia issare un paio di pali di legno sui fianchi di una porta da calcio o veder pubblicato un trafiletto sul giornale locale, avranno tutto il tempo per giungere ad arrovellarsi su accademie e franchigie e litigare su palinsesti, elezioni, nomine e incarichi. Auguriamo loro di riuscire un giorno a farlo.

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