Nazionali

Conosciamo i nostri avversari: England!

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Scritto da Rugby.it

Il rugby inglese & the England National rugby union team

L’hanno inventato loro il gioco e, su questo, non ci piove; sono fra le squadre più titolate al mondo (36 vittorie fra 4, 5 e 6 nazioni ed un titolo mondiale), e, anche su questo nulla da dire, come, pure, è evidente che i favoriti sono loro anche stavolta. Non li abbiamo mai battuti e domenica vengono a casa nostra con l’intento, dichiarato dal loro nuovo coach, di prenderci a sberle (We want to go there and smack Italy, ha detto il simpaticissimo neo coach dei bianchi Eddie Jones). E se, questa volta, finisse diversamente? Nell’attesa di incontrarli, però, proviamo a conoscere meglio la storia del loro rugby.
Gli albori
La nazionale inglese di rugby è vecchia come lo stesso concetto di rugby internazionale, essendosi giocata proprio fra Inghilterra e Scozia la prima partita fra rappresentative nazionali. Si giocava ad Edimburgo e, a dire il vero, l’avventura non iniziò molto bene, perché vinsero gli Highlanders per 4-1. Il rugby, nato in Inghilterra, era già diffuso nelle scuole private nella prima metà del XIX secolo e, nella seconda, arrivò anche alle università di tutto il regno. Nel gennaio del 1871 furono codificate le regole del gioco e tale atto precedette la partita di cui si parlava poco sopra, che ebbe luogo il 27 marzo di quell’anno ed è ritratto nella stampa che apre questo articolo. Le due federazioni concordarono di effettuare da lì in poi almeno un incontro annuale.
Nasce l’Home Nations Championship
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Dopo quella scozzese la nazionale inglese tenne a battesimo anche quella irlandese (battuta 7-0 a Londra il 15 febbraio 1875) e quella gallese (anche quella battuta a Londra col punteggio di 30-0 il 19 febbraio del 1881). Nel frattempo Inghilterra e Scozia si erano già disputate a Glasgow il trofeo più antico del rugby, vale a dire la Calcutta cup nel 1879: finì pari, ma, l’anno dopo, a Manchester, furono i bianchi a prevalere. C’erano tutte le premesse per l’istituzione di un torneo internazionale che coinvolgesse tutte e quattro le nazionali britanniche, che si disputò per la prima volta nel 1883 con vittoria finale “ufficiosa” (in assenza di classifica furono i giornali inglesi a decretare il vincitore) proprio dei bianchi. Il torneo si disputò fino al 1910 quando, con l’ingresso della Francia, divenne 5 Nazioni. Delle 23 edizioni disputate l’Inghilterra ne vinse 6, di cui 2 a pari merito con la Scozia e altre due con grande slam, ma arrivarono anche 3 whitewash. Ci furono anche momenti di alta tensione fra gli inglesi da un lato e le altre 3 federazioni che culminarono con la fondazione nel 1886 dell’IRB: gli inglesi pretendevano, per farne parte, una rappresentatività molto superiore a quella delle altre, che rifiutarono. Gli inglesi, perciò, furono esclusi dal torneo in quanto non affiliati all’IRB nel 1889-90, finchè non si arrivò ad una soluzione di compromesso che permise ai bianchi di rientrare in lizza. Nel frattempo, proprio nel 1889, gli inglesi ne approfittarono per il primo incontro contro una extraeuropea, vale a dire i cosidetti Natives della Nuova Zelanda, battuti per 7-0 durante il loro tour. Nel 1905 furono, invece, gli Originals All Blacks ad incontrare i bianchi e a batterli per 15-0 nella foto che vediamo sopra. L’anno dopo vi furono altre “prime”: contro la Francia (vittoria per 35-8 al Parc des Princes), il Sudafrica (pareggio a Londra per 3-3) e l’Australia (sconfitta per 3-9 a Blackheat).
Il 5 Nazioni
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Nel 1910 si disputa il primo 5 Nazioni, che coincide con l’inaugurazione dello stadio londinese di Twickenham, che sarà la “casa” della nazionale della rosa. Nel neonato Twickenham i bianchi, battendo il Galles, conquistarono il primo 5 Nazioni. Quelli prima dell’inizio della guerra furono anni trionfali per i bianchi, che vinsero nel 1912, 13 e 14. Il conflitto, poi, interruppe il torneo, che riprese solo nel 1921 con un’altra vittoria dei bianchi, impreziosita dal grande slam. In effetti gli anni fra le due guerre consentirono alla squadra inglese di affermare il proprio predominio continentale, trovando avversari temibili solo nelle fortissime squadre sudcontinentali. La squadra conquistò 4 tornei del Cinque Nazioni (1923, 1924, 1928 e 1930, i primi tre dei quali con il Grande Slam) e altrettanti Home Championship, così rinominato dopo l’espulsione della Francia per passaggio al professionismo nel 1931 (1932 ex æquo con l’Irlanda,1934 e 1937 con la Triple Crown che di fatto, per l’assenza della Francia, significava anche il Grande Slam, e 1939 ex æquo con il Gallese, ancora, Irlanda). Arrivarono anche memorabili vittorie contro l’Australia (18-11 a Twickenham il 7 gennaio 1928) e gli All Blacks. Contro i fortissimi neozelandesi si giocò il 4 gennaio 1936 davanti a 70.000 spettatori e i bianchi si imposero per 13-0 (la vittoria più netta dei bianchi sui neri di sempre) grazie anche a due mete marcate dal principe russo naturalizzato inglese Aleksander Obolenskij, foto sopra, grande promessa dell’ovale che, però, morì a soli 24 anni in un incidente aereo. Nel 1939, poi, arrivò un’altra vittoria nel 5 Nazioni, che segnò la fine dell’attività agonistica prima della seconda guerra mondiale.
Il secondo dopoguerra

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Nel 1947 riprese il 5 Nazioni e i bianchi lo vinsero a pari merito col Galles, prima di conoscere un periodo di appannamento fino al ritorno alla vittoria nel 1953, ripetendosi nel ’57 e nel ’58. Negli anni ’60, invece, era la Francia la squadra più forte del continente insieme al Galles e l’Inghilterra si trovò a giocare un ruolo di secondo piano. Addirittura nel 1966 la nazionale bianca passò un anno intero…in bianco, senza alcuna vittoria. Si arrivò così al 1971, anno in cui la squadra nazionale divenne “centenaria” festeggiando l’evento con una poco esaltante vittoria contro il Giappone per 6-3 a Tokyo. Gli anni ’70 caratterizzati dal dominio incontrastato del Galles furono piuttosto difficili per i bianchi che, però, si presero alcune soddisfazioni battendo le squadre dell’emisfero sud (Sudafrica per 18-9 nel ’72, All Blacks per 16-10 nel ’73 e Australia per 26-3 nel ’76). Giocatore di spicco del decennio fu la seconda linea Bill Beaumont (foto sopra) che guidò da capitano la squadra alla vittoria con grande slam del 1980, il primo dopo ben 23 anni. Ma anche gli anni ’80 furono avari per i bianchi che dovettero aspettare il 1991 per rivincere il 5 Nazioni. Un aneddoto curioso coinvolse la squadra nel torneo del 1982. L’Inghilterra aveva battuto la Francia a Parigi e, durante il pranzo offerto dai francesi dopo il match, a ciascun giocatore inglese venne offerto un flacone di colonia. La seconda linea Maurice Colclough svuotò il flacone, lo riempì di champagne e lo svuotò d’un fiato davanti a tutti. Il suo compagno Colin Smart (facendo ben poco onore al suo cognome) pensò che tutti i flaconi contenessero champagne e bevve d’un fiato anche il proprio, ritrovandosi un’ora dopo in ospedale per una lavanda gastrica. Un compagno commentò: “Credo che Colin non se la sia passata bene, ma, di certo, non ha mai avuto un alito così profumato!”. Nel 1983 i bianchi subirono addirittura l’umiliazione del cucchiaio di legno. Nel frattempo l’IRB aveva istituito la Coppa del Mondo e gli inglesi, ovviamente, furono presenti alla prima edizione del 1987. Il loro cammino si fermò ai quarti di finale dove furono eliminati dal Galles per 16-3.
Gli anni ’90
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Fu proprio la federazione inglese, nel 1991, ad organizzare ed ospitare la seconda edizione della RWC, nella quale i bianchi si spinsero fino alla finale, persa 12-6 a Twickenham contro l’Australia. Gli inglesi si consolarono bissando, nel ’92, il successo nel 5 Nazioni coronato dal grande slam, ripetuto nel 1995, anno in cui si disputò la terza Coppa del Mondo in Sudafrica, nella quale i bianchi si spinsero sino alla semifinale in cui dovettero cedere ai formidabili All Blacks di Jonah Lomu per 45-29. Nel resto del decennio vi furono ben poche soddisfazioni per la nazionale della rosa che, nel 1997, fu affidata alla vecchia gloria Clive Woodward, sotto la cui guida iniziò un percorso di rinnovamento nell’organico e negli schemi di gioco. Woodward aveva ereditato una situazione molto complessa: la squadra veniva da anni di magra e, per di più, l’avvento del professionismo aveva provocato gravissimi contrasti fra la federazione ed i club, che concedevano con difficoltà i propri giocatori. Il tecnico fu costretto ad allestire una formazione d’emergenza, che guidò, nel ’98, in quello che viene ricordato come il “tour infernale” nell’emisfero sud. L’incontro con le squadre del tri nations portò 3 sconfitte, culminate nella terribile batosta di Brisbane contro l’Australia il 6 giugno di quell’anno: un umiliante 76-0 davvero indimenticabile, il più pesante della storia del rugby inglese. Venne poi un fallimento anche nel 5 Nazioni del ’99, anno in cui si disputò la RWC organizzata dalla federazione gallese. I bianchi si fermarono già all’altezza dei quarti, eliminati dal Sudafrica con un pesante 44-21.
Il nuovo millennio, la rinascita e la ricaduta
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A seguito di questa catena di insuccessi la federazione diede carta bianca a Woodward, il quale potè avviare compiutamente la propria rivoluzione. I frutti si videro subito con la vittoria nel primo 6 Nazioni, nel 2000, impreziosito dal grande slam. Un’altra vittoria arrivò l’anno successivo, nel quale giunse anche a conclusione, con un compromesso, lo scontro fra club e nazionale, il che permise a Woodward di poter programmare meglio il proprio lavoro. Fu questa l’ideale premessa del nuovo grande slam nel 2003 e, soprattutto, della trionfale spedizione alla Coppa del Mondo australiana, dove i bianchi batterono i padroni di casa in finale per 20-17 grazie al famoso drop dell’apertura Jonny Wilkinson ai supplementari. La vittoria era il culmine del ciclo trionfale di Woodward e ne segnò, in qualche modo, la fine, anche per il ritiro di molti dei campioni che di quel gruppo facevano parte, primo fra tutti il formidabile seconda linea e capitano Martin Johnson. Woodward, ormai diventato sir, con molta intelligenza capì che quella era anche la fine della sua avventura e si dimise a sua volta dopo un deludente 6 Nazioni l’anno successivo. Il testimone venne raccolto da Andy Robinson che avviò un deludente ciclo fatto di 13 sconfitte su 22 partite e zero vittorie nei tornei, che lo spinsero alle dimissioni. Al suo posto arrivò Brian Ashton, che guidò la squadra al deludente 6 Nazioni del 2007, ma anche alla Coppa del Mondo francese dello stesso anno, dove i bianchi, pur non mostrando un gioco esaltante, raggiunsero inaspettatamente la finale, persa contro gli Springboks per 15-6. A fine anno Ashton se ne andò e, da allora seguirono anni deludenti e avari di vittorie con la guida della leggenda Martin Johnson, poi sostituito da Stuart Lancaster, protagonisti, di ripetute delusioni nel 6 Nazioni e in RWC, sino alla catastrofica partecipazione all’edizione organizzata in casa con l’eliminazione addirittura al primo turno (cosa mai accaduta a nessun paese ospitante). Ora alla guida c’è Eddie Jones, protagonista dell’avventura del Giappone alla RWC; vedremo se saprà risollevare le sorti della “nobile decaduta”.

jpr

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