Nazionali

Conosciamo i nostri avversari: Alba, la Scozia

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Scritto da Rugby.it

Alba e la storia del suo rugby

Alba è il nome gaelico dell’antica terra dei Pitti, popolazione celtica emigrata nel nord dell’isola britannica dall’Irlanda, che oggi conosciamo come Scozia. Un paese orgoglioso, abitato da genti fiere e bellicose, tanto da costringere l’esercito più forte dell’antichità, quello di Roma imperiale che occupava il resto dell’isola a rinunciare all’invasione e ad erigere un muro, il Vallo di Adriano, che ancora oggi segna un confine dell’anima, per contenerne il pericoloso impeto. Il carattere di questo popolo si specchia perfettamente nel suo rugby, da sempre sinonimo di combattività e orgoglio e di voglia di non arrendersi pur davanti ad un nemico più forte. Sono stati loro, gli Highlanders di Alba, a darci il benvenuto nel “salotto buono” del 6 Nazioni, a Roma nel 2000, e noi li battemmo in una meravigliosa, indimenticabile partita. Sempre con loro abbiamo colto, nel 2007, la nostra prima vittoria in trasferta, in una pazzesca partita. E sempre sul loro terreno, lo splendido e maestoso Murrayfield, abbiamo colto la nostra ultima vittoria nel torneo dello scorso anno. Insomma, sono i nostri principali avversari da quando siamo nel torneo, quelli con cui ogni anno ci giochiamo l’orgoglio di non essere ultimi. La notizia è che stanno per tornare, e l’ultimo ricordo che hanno lasciato è tutt’altro che piacevole: chi può dimenticare quel drop di Weir a tempo quasi finito? Anche se possiamo considerarli una nobile decaduta la nobiltà c’è tutta ed è rappresentata da 22 titoli vinti fra 4/5/6 nazioni ed un quarto posto come miglior risultato in Coppa del Mondo. Non viene voglia di conoscere meglio il loro percorso?

Gli albori

La storia del rugby scozzese nasce insieme a quella stessa del concetto di rugby internazionale: come già detto altrove, fu proprio fra le nazionali di Scozia ed Inghilterra che si svolse, ad Edimburgo, Raeburn place, il 27 marzo del 1871, la prima partita fra nazionali e gli Highlanders la vinsero per 4-1 quella partita. Nella foto sopra vediamo raffigurata proprio la formazione che quel giorno scese in campo. Era un rugby molto diverso da quello che oggi conosciamo: innanzitutto le squadre scendevano in campo con 20 giocatori per parte e non esistevano sostituzioni. Si giocavano 50 minuti per tempo e le regole erano piuttosto “avventurose”: come si diceva all’epoca l’arbitro si regolava un po’ a proprio modo assegnando punizioni a chi sembrava aver fatto meno confusione. L’anno successivo a Londra si svolse la rivincita e questa volta furono i bianchi a prevalere per 8-3, dando il via ad una serie di incontri annuali fra le due squadre. Ovviamente la nazionale del cardo fu anche fra le partecipanti all’originario 4 Nazioni, o Home Nations Championship del 1883, che diede vita ad un mito che celebriamo ancora oggi. Dopo il debutto di Irlanda e Galles si disputò, quindi, la prima edizione del torneo nel 1883 ed il primo successo scozzese, ex aequo con l’Inghilterra, si ebbe nel torneo del 1886, bissato l’anno dopo da una vittoria in solitaria. Nel 1891 e 1895 arrivarono anche due vittorie con Triple Crown, l’antenato dell’odierno grande slam, ma che ancora oggi è attribuita alla squadra “originaria” che riesca a battere le altre 3. I primi anni del nuovo secolo furono una sorta di affare privato fra scozzesi e gallesi, con i Dragoni a dominare la scena e gli Highlanders come loro unici veri rivali. In mezzo ad un decennio tutto rosso arrivarono due vittorie blu nel 1903, con Triple Crown, e nel 1904. Il 18 novembre 1905 si svolse ad Inverleith, terreno che allora ospitava i match della nazionale, il primo incontro transoceanico per gli scozzesi, che affrontarono i leggendari “Originals” neozelandesi nel loro mitico tour: fu una netta sconfitta per 21-7. L’anno successivo si svolse anche il primo match contro gli Springboks che, il 17 novembre, persero contro la Scozia a Glasgow per 6-0 e fu quella l’unica loro sconfitta in quel tour. Vi fu, poi, la vittoria nel 4 Nazioni del 1907, l’ultima prima che l’ingresso della Francia nel 1910 desse vita al 5 Nazioni. L’avvento della prima guerra mondiale fece cessare le competizioni internazionali, che ripresero solo nel 1920.

Il primo dopoguerra

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Nel rinato 5 Nazioni la Scozia vinse immediatamente il torneo in coabitazione con Galles e Inghilterra; la vittoria a pari merito, infatti, in quest’epoca in cui si contavano solo vittorie, pareggi e sconfitte, ma non i punti segnati era evento tutt’altro che infrequente. Cinque anni dopo, il 21 marzo del 1925, segna una pietra miliare nella storia del rugby scozzese: quel giorno fu inaugurato ad Edimburgo il Murrayfield Stadium, che, da allora, è la casa della nazionale del cardo. Il nuovo, bellissimo, stadio ebbe uno straordinario esordio perché quell’anno gli Highlanders vinsero il loro primo grande slam, coronato, proprio nel detto giorno di inaugurazione, da un’indimenticabile vittoria contro gli inglesi, nemici di sempre sul campo e nella storia, per 14-11. Quel giorno 70.000 spettatori in delirio portarono in trionfo la squadra, detta da allora degli “Immortals”. Eroe di quell’edizione fu l’ala Ian Scott Smith, autore di ben 8 mete, che vediamo nella foto sopra, e tuttora il miglior metaman della storia della nazionale scozzese. Altre vittorie arrivarono nel ’26, ’27 e ’29, sempre in coabitazione con altri. Nel 1932, a causa dell’esclusione della Francia per “professionismo” il torneo regredì al formato originario e la Scozia, quell’anno, ottenne un umiliante whitewash. Seguirono anni di alterne fortune che ebbero, però, il loro culmine nel 1938 con la vittoria della Triple Crown impreziosita da una clamorosa vittoria a Twickenham, espugnato dopo ben 12 anni. L’avvento della seconda guerra mondiale, l’anno successivo, bloccò l’attività internazionale.

Il secondo dopoguerra

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Il 5 Nazioni, con la Francia liberata riammessa nella competizione, riprese nel 1947 e per la Scozia coincise con un umiliante ultimo posto a zero punti. Gli anni ’50 iniziarono con la vittoria della Calcutta cup, che tradizionalmente è contesa fra le due nazionali “capostipiti” di Scozia e Inghilterra, ma non fu la premessa ad una buona stagione. L’anno successivo nel torneo si ebbe una sola vittoria, mentre una clamorosa sconfitta fu inflitta agli scozzesi dagli Springboks, che violarono Murrayfield con un pesante 44-0. Il decennio, nel suo complesso, fu assai deludente e vide anni caratterizzati da rare, isolate, vittorie nel torneo delle 5 Nazioni, concluso spesso all’ultimo posto, e pesanti “lezioni” ogni qual volta venivano incontrate le selezioni dell’emisfero sud. La federazione, preoccupata per il cattivo andamento dei risultati, pensò che confrontarsi con i migliori del mondo potesse essere utile e, all’inizio degli anni ’60 organizzò il primo tour scozzese downunder. Si dovette, però, aspettare il 1964 per vedere il primo risultato positivo dopo una serie di delusioni sia nei tours che nel 5N. Il 18 gennaio di quell’anno, infatti, gli Highlanders colsero il loro primo storico risultato positivo contro gli All Blacks, fermati sullo 0-0 a Murrayfield. Fu, quello, uno squillo di risveglio, perché la squadra vinse il successivo 5 Nazioni e, l’anno dopo, sconfisse anche gli Springboks sempre a Murrayfield, il 17 aprile per 8-5. Nel 1966 arrivò una nuova Calcutta cup ed anche un successo contro l’Australia in tour nell’emisfero nord. Il decennio si chiuse, però, con un altro whitewash nel torneo, delusione mitigata in parte dalla nuova vittoria ottenuta a fine 1968 in Sudafrica per 6-3. Gli anni ’70, dominati dal Galles, non furono anni buoni per il rugby scozzese, che continuava a inanellare sconfitte in Europa e contro le downunder. La federazione cercò di correre ai ripari nominando, nel 1971, il primo vero coach ufficiale della nazionale nella persona di Bill Dickinson. Nel 1973, caso unico nella storia, le 5 squadre vinsero tutte a pari merito il torneo e, quindi, in un certo senso anche la Scozia tornò a vincere. Negli anni successivi, pur senza vittorie finali, arrivarono comunque bilanci non malvagi: la Scozia non terminava più ultima e riusciva sempre a portare a casa un paio di vittorie nel torneo, risultando avversario ostico per tutti e riuscendo anche a difendersi negli incontri con le squadre dell’emisfero sud.

Il periodo d’oro: anni ’80 e ‘90

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Nel 1977 Nairn McEwan succedette a Dickinson, ma fu con il suo successore, Jim Telfer, che la squadra fece il suo ingresso in quello che è tuttora ricordato come il periodo d’oro del rugby scozzese, gli anni ’80 e ’90. Già nel 1981 ci fu un significativo miglioramente, con 3 vittorie nel torneo 5N e due onorevoli sconfitte nel tour estivo in Nuova Zelanda. Nel 1982 fu sfiorata la vittoria nel torneo continentale ed arrivò una storica vittoria in terra australiana per 12-7. Nel 1983 gli Highlanders espugnarono Twickenham vincendo la Calcutta cup, mentre, a fine anno, arrivò un nuovo lusinghiero pareggio 25-25 contro gli All Blacks a Murrayfield. Finalmente, nel 1986, la Scozia tornò a vincere il torneo continentale, pur se a pari merito con la Francia, mettendo in mostra un giovane esordiente di cui si sentirà molto parlare in seguito e che vediamo nella foto sopra: il fortissimo estremo e precisissimo cecchino Gavin Hastings, probabilmente il più grande giocatore della storia del rugby scozzese ed uno dei più grandi di sempre. Il 1987 vide gli scozzesi partecipare alla prima edizione della Coppa del Mondo; dopo un eccellente girone di qualificazione ebbero la sfortuna di incrociare ai quarti il più insormontabile degli ostacoli, cioè i futuri campioni All Blacks che vinsero con l’eloquente punteggio di 30-3. Gli anni ’90 si aprirono con il grande slam che consegnò alla Scozia il torneo delle 5 Nazioni e che fece da apripista per la partecipazione alla successiva Coppa del Mondo del 1991, una partecipazione indimenticabile per gli scozzesi. Dopo un percorso netto nel girone eliminatorio, la Scozia travolse nei quarti Samoa per 28-6 e si preparò alla grande semifinale che a Murrayfield le avrebbe messo di fronte i nemici di sempre: gli inglesi. Gli scozzesi non dimenticheranno mai questa partita, persa per 9-6 ed il facile calcio incredibilmente fallito dall’infallibile Hastings che spezzò in gola a 70.000 scozzesi l’urlo più atteso. Gli Highlanders dovettero accontentarsi della finalina per il terzo posto, dove vennero battuti dai soliti All Blacks per 13-6. Fu quella la migliore, ma quanto amara, partecipazione della Scozia alla Coppa del Mondo. Gli anni successivi furono mediocri e nel 1995 la nazionale del cardo si recò in Sudafrica per partecipare alla nuova Coppa del Mondo, dove ancora una volta fu la Nuova Zelanda ad eliminarla ai quarti col punteggio di 48-30. Un’altra delusione arrivò l’anno successivo quando il torneo delle 5 Nazioni, nel quale era stato introdotto un nuovo sistema di punteggio tendente ad eliminare gli ex-aequo, vide gli scozzesi perdere la vittoria finale solo per la peggiore differenza punti rispetto all’Inghilterra. Nel 1998 per la prima volta la Scozia perse una partita contro un avversario sino ad allora sempre battuto: a Treviso, il 24 gennaio di quell’anno, l’Italia sconfisse gli Highlanders per 25-11, ideale premessa di quanto sarebbe successo poco tempo dopo. Ed arrivò, così, il 1999 che, ad oggi, può definirsi l’anno del canto del cigno del rugby scozzese: in quell’anno, infatti, la nazionale del cardo vinse il suo ultimo 5 Nazioni e si preparò alla Coppa del Mondo, nella quale si comportò come quasi sempre: buon girone eliminatorio e sconfitta ai quarti contro i soliti All Blacks per 30-18 a Murrayfield. Si chiudevano gli anni ’90 e, con essi, l’epoca d’oro del rugby scozzese.

Il nuovo millennio ed il declino

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La Scozia è, senza alcun dubbio, quella fra le nazioni “storiche” del rugby che peggio di ogni altra ha subito gli effetti del passaggio al professionismo del 1995. La fine del millennio segnò anche la fine dell’ultima generazione di grandi rugbysti scozzesi e, soprattutto, della grande nazionale del cardo. Il 2000 presentò immediatamente il conto agli Highlanders, facendo loro subito capire che si apriva un’epoca assai difficile: il 5 Nazioni non esisteva più: con l’ingresso dell’Italia ora c’era il 6 Nazioni dell’era professionistica e la Scozia, significativamente, tenne a battesimo l’Italia ottenendone una sconfitta per 34-20 allo stadio Flaminio. Ed, in effetti, da allora in poi l’Italia fu la vera avversaria della Scozia nel torneo continentale, anche se l’obiettivo della contesa non era più la conquista del primato, come nei tempi d’oro, bensì l’evitamento dell’ultima piazza. Nel 2002 arrivò addirittura una inattesa sconfitta contro il Canada per 26-23 a dimostrazione della decadenza di questa ormai ex nobile. La partecipazione alla Coppa del Mondo del 2003, invece, vide la “solita” Scozia di sempre: promossa nel girone e subito fuori ai quarti, anche se stavolta ad opera dei Wallabies anziché dei soliti All Blacks. I 6 Nazioni e i test match contro le australi in quest’epoca hanno un andamento monocorde: alterne fortune con l’Italia e sconfitte per tutto il resto. Proprio in una sorta di spareggio con l’Italia la Scozia riesce a conquistare il passaggio alla fase successiva anche nella Coppa del Mondo francese del 2007, infrangendosi poi, more solito, ai quarti contro la fortissima Argentina di Pichot e compagni che conquisterà il terzo posto. Nel 2008 arrivò, a sorpresa, una vittoria nel 6 Nazioni contro l’Inghilterra, che evitò agli scozzesi il cucchiaio di legno a scapito dell’Italia, contro la quale, invece, era arrivata una sconfitta. Nel 2011, per la prima volta, la Scozia non riuscì a superare il girone eliminatorio nella Coppa del Mondo disputata in Nuova Zelanda e, l’anno dopo, arrivò un umiliante whitewash nel 6 Nazioni. Dal 2000 al 2014 si sono succeduti ben 5 head coach della nazionale scozzese (Ian Mc Geechan 2000–2003, Matt Williams 2003–2005, Frank Hadden 2005–2009, Andy Robinson 2009–2012, Scott Johnson 2013–2014) a conferma di un insoddisfacente rendimento della squadra. Ultimo della sequenza è il neozelandese Vern Cotter (foto sopra) attuale coach, sotto il quale, invero, si coglie qualche miglioramento culminato nell’ottima prestazione fornita alla recente Coppa del Mondo: innanzitutto la Scozia riuscì, stavolta, a raggiungere i quarti di finale dove sfiorò l’impresa di eliminare i favoritissimi australiani, subendo un calcio piazzato a tempo quasi scaduto che fissò il punteggio sul 35-34 per i Wallabies. Sabato nuovo match della vita e della morte contro l’Italia per evitare il cucchiaio di legno.

jpr

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