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The Good & the bad della settimana

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Scritto da Rugby.it

Finito il Sei nazioni si ha sempre quella sensazione di San Silvestro alle 4 del mattino. Per molti rugbysti l’anno finisce qui, intorno a metà marzo e c’è un po’ di nostalgia. Tanto più che l’anno che sta arrivando, speriamo, tra un anno passerà lasciandoci migliori sensazioni perché a questo giro ancora una volta il mondiale è andato, il cucchiaio è arrivato, siamo sempre tra gli ultimi e i penultimi nei campionati e, insomma, di allegria in giro non ce n’è molta…

Le good

Siamo felici che in un fine settimana di slavine che si conclude con 2 cucchiai extra large di legno (quello dei grandi e quello dell’under 20) ci siano note positive. E come spesso avviene negli ultimi anni queste note arrivano dalla formazione Azzurro-rosa. Le nostre ragazze dopo aver vinto con la Scozia hanno battuto anche il Galles a casa propria. Cosa che i maschi nel 6 Nazioni devono ancora fare (e la lista del “fatto” delle donne rispetto ai maschiucci continua ad accrescersi).

Queste ragazze sono dilettanti, riportano al rugby di qualche decennio fa, quello del passione, sacrifici & pedalare. Ogni anno raccolgono buoni risultati, andranno al mondiale, sono molto più avanti nel ranking (ottave, i maschi 14esimi) e ne parliamo troppo poco. Brave!

I bad

67 punti subiti. Non c’è molto altro da aggiungere per capire chi sono i bad e perché. I motivi sono palesi come palese è il desiderio e la speranza che i prossimi cambiamenti di staff segnino una nuova via e una necessaria metempsicosi.

Intermezzo anti-depressione

Sì, riprendersi da questo febbraio-marzo non sarà facile, ma proviamoci prendendo a prestito lo spirito di questo omone. Che la cicatrice si rimargini e diventi la nostra linea di (ri)partenza.

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Un piano ben riuscito

Ricordate l’A-Team? “Vado matto per i piani ben riusciti”, era la frase che Hannibal ripeteva spesso, cioè sempre, dato che i suoi piani andavano sempre bene.

I piani della nostra nazionale invece sono sempre troppo inclinati, pare che costruiamo con la livella spostata di 45 gradi apposta per partire subito in salita e farci del male.

Un esempio: abbiamo calciato per almeno 5 volte i drop di ripartenza corto, cercando il recupero che mai avveniva. Avremmo anche dei buoni specialisti in questa particolare forma di pronto recupero, Parisse e Van Schalkvyk in particolare. Ma il secondo era rotto e il primo non nella sua migliore partita. Tradotto: abbiamo sempre restituito palle facili a gente come Faletau, super-omoni che servono 4 kamikaze motivati per fermarli. Il Galles faceva 10 metri facili di avanzamento e noi dovevamo ripartire a difendere già nella nostra metà campo con la solita disperazione Piave style.

Ci viene una speranza, umile umile: che il nuovo coach sia stratega e sappia partire non da una “via italiana del rugby”, cosa che forse faremo tra qualche decennio, ma più concretamente dalle nostre debolezze per nasconderle, senza far finta che possiamo “inventare” un tipo di rugby che non sappiamo giocare.

Un gioco veramente freestyle

Chiudiamo con un po’ di brio. Spesso ci lamentiamo delle skills dei nostri giocatori. Possiamo pensare a modi alternativi di allenare le capacità di presa, passaggio, calcio ecc. Questo signore unisce il freestyle e una pallone ovale facendo cose che a noi profani del ballo sembrano complicate anche senza un pallone…

joseph k.

Foto copy Stefano Del Frate (https://www.flickr.com/photos/stefanodelfrate/, http://www.stefanodelfrate.com/).

 

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