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The Good & the bad della settimana

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Scritto da Rugby.it

Giapponesi, spagnoli, sudafricani. Zebre e Vespe. Buoni e cattivi. Insomma: il meglio e il peggio della settimana rugbystica

Leggendo il risultato di Sunwolves – Cheetans, finita 92 a 17 per i sudafricani, c’è venuto in mente che, dai, non siamo proprio quelli messi paggio alla fine. O che comunque, mal comune mezzo gaudio. Immediatamente però ci è tornato alla mente quanto il prozio diceva anni fa, il prozio che fece la ritirata di Russia e che per sopravvivere si mangiò pure un gatto: Mal comune, pena comune.

Nuova settimana, nuove mazzate: forse per quest’anno dobbiamo semplicemente rinunciare a guardare la Celtic. Ce lo chiedevamo in un The Good & The bad di un po’ di tempo fa, la festa appena cominciata è già finita? Ci siamo completamente spenti a gennaio? Può essere normale? Ed è una questione di testa, di giocatori, di infortuni, di inadeguatezza a un campionato per cui pure paghiamo per giocare? E tutto questo ci è utile? Ai tecnici l’ardua sentenza, noi umili redattori continuiamo con la rubrica.

The good

David Pocock ha fatto un fallo, non volontario ma un po’ pericolosetto. In una maul un braccione troppo alto che ha preso al collo Michael Leitch. Il fallo ha comportato una citazione e una squalifica. Caso unico per un giocatore assolutamente corretto in campo e fuori. E lui, insegnando molto di come dovrebbe essere lo spirito di onore e cortesia di questo sport ha ammesso il fallo, si è scusato con tutti, ha ringraziato per la squalifica che serve a tutelare la sicurezza del gioco. Ecco, a parte il sunto brutale, ci sentiamo di dire che quest’uomo ci insegna non solo lo spirito del nostro gioco ma anche come si dovrebbe chiedere scusa. C’è il modo peloso di quelli che chiedono scusa ma… E c’è il modo degli uomini d’onore, di chi mantiene l’integrità e non fa solo finta di scusarsi.

The bad

Kyle Van Zyl. Trattasi di ottimo “giovane” con davvero skills promettenti e soprattutto abbastanza uniche nel panorama dei possibili azzurri. Buona velocità, ottima corsa e capacità di cambi di passo, bella pedata chirurgica, buone prese al volo. Insomma un buonissimo estremo che gioca anche ala e che certamente dall’anno prossimo vedremo in azzurro.

Però: stai soffrendo terribilmente, giochi contro una strasignora squadra (Ulster), hai una delle rare palle in mano della partita, palla per altro di recupero, e fai, all’interno dei tuoi 22, un autocalcetto cortissimo, del tipo che non verrà mai nemmeno a Dan Carter nel giorno di San Bernardus di Watou, patrono di tutti i rugbysti. Ora noi amiamo la sfrontatezza e alla fine è anche difficile passare da difese iperschierate senza “esagerare” qualche giocata. Ma da qui a prende un cappio, stringerlo, appenderlo ad un ulivo e impiccarsi da soli ce ne passa un po’…

Il Rugby americano

No, non parliamo del nuovo campionato professionistico Usa dove sono finiti anche i nostri italici Mirco Bergamasco e Filippo Ferrarini. Parliamo di una tendenza, pessima dal nostro punto di vista, che si sta intravedendo da ormai qualche anno nel rugby. Avete mai notato che le squadre che attaccano fanno muovere più possibili ricevitori? Ebbene, si è sempre fatto. Ma la diversità, mutuata dal football americano, è quella che molti di questi “finti ricevitori” non si fermano nella corsa ma corrono dritti contro la linea della difesa tagliando fuori, stile blocco di basket, gli avversari e a volte letteralmente abbattendoli con l’ovvia conseguenza di creare buchi nello schieramento. Tutto questo sarebbe illegale a rugby, ma è ampiamente tollerato e raramente sanzionato, forse perché ormai la tendenza è quella di dirigere gli arbitri verso il minor intervento possibile: è televisivamente e per lo spettacolo noioso e controproducente interrompere troppo spesso, o almeno così si dice.

Quindi, chi sa fare bene i blocchi, come le squadre irlandesi, riesce a spaccare le difese altrui e a trovare buchi nelle ciambelle anche meglio sfornate. Un invito a World Rugby si leva da questa illustre testata: intervenite, c’mon.

Crederci sempre e comunque

La meta del video che precede queste righe è la manifesta bellezza del rigore morale del rugby. Sei sotto a pochi minuti dalla fine, stai subendo come un dannato, rischi di prendere l’ennesima meta. Poi recuperi ma sei addirittura nella tua area di meta. Eppure non demordi, corri, spingi, risali, guadagni terreno. Arrivi a passare il campo, poi riperdi palla. Ma poi la riguadagni, con caparbietà e voglia di combattere. Finché alla fine vai a marcare. E la tua meta riapre la partita. Forse la meta dell’anno per noi è già assegnata, ed è quella che potete vedere qui sopra ronzata dalla Vespe di Londra.

Ammazza la Spagna!

Una finale di coppa in un campionato di una squadra tier 2 con una buona tradizione ma non molto di più. Uno stadio straboccante con oltre 26 mila persone, roba che da noi faremmo ponti d’oro. Una nazione che accoglierà la finale del Top 14 nel tempio del calcio, il Camp Nou a Barcellona, stadio che sold out da mesi. Ebbene la Spagna, come la Georgia, ha una bella crescita di seguito nel nostro sport, dimostrato dalla presenza di così tanto pubblico alla finale di Coppa del Re. Gli spalti così gremiti sono un bellissimo vedere ed è meglio non fare paragoni con i nostri lidi…

joseph k.

Foto copy Stefano Del Frate (https://www.flickr.com/photos/stefanodelfrate/, http://www.stefanodelfrate.com/).

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