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The Good & the bad

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Scritto da Rugby.it

Le bizzarre diatribe degli arbitri italiani in stile Casa Vianello. Mai pensare che la meta è già fatta. E poi: l’uomo nero esiste veramente?

E dunque arriveranno gli All Blacks, e torneranno a Roma, perché a Milano non si può ché lo stadio comunale è in gestione ai club calcistici i quali, non si sa perché, non vogliono la partita. Abbiamo aspettato molto tempo, che si facessero le elezioni amministrative perché forse il sindaco “giusto” poteva fare “moral suasion”. Sappiamo che in passato la Federazione rugby si è accollata spese di rifacimento campo, un campo (quello di San Siro) che per altro nella storia recente ha avuto spessissimo dei problemi. Non sappiamo se la ragione del no all’incontro sia questa pseudo-volontà di salvaguardare il campo o un’altrettanto pseudo-volontà di rifiutare la concorrenza dello sport ovale o chissà che altro. Di fatto pare che qualche capo sulla sedia di una squadra milanese abbia posto il suo niet, e noi, al solito, si deve migrare all’Olimpico di Roma (che per fortuna è del Coni, altrimenti anche lì hai voglia le girandole di noie con i club del pallone tondo…).

The good

Carletto Festuccia. Da queste parti amiamo molto i giocatori che restano nel club per diventarne bandiere (Zanni) o che vanno anche all’estero ma poi tornano a casa a fare le ultime stagioni, per dare una mano al rugby da cui arrivano che è pur sempre quello da cui “derivano”. Per questo ci piace la scelta di Carlo Festuccia di rientrare alle Zebre.

Nelle settimane scorse avevamo parlato di quanto sarebbe bello che un Castro tornasse a Calvisano (o anche solo in una celtica) a fare una stagione finale (invece pare stia facendo un programma in Tv), poi ci è giunta la notizia che Gonzalo Garcia, che per altro non è nemmeno così vecchio, ha fatto il quadruplo carpiato all’indietro passando dal 6 Nazioni al Fédérale 2 in Francia. Non crediamo per soldi, dato il livello di quel torneo: si legge in giro che la scelta sia dipesa dal desiderio di fare un’esperienza all’estero. Però, che cosa strana, uno direbbe che un’esperienza te la fai ai Saracens, ma in Fédérale 2, con tutto il rispetto…

The (multi) bad

Ultimamente gli arbitri italiani stanno dando vita ad una sit-com sul modello di Casa Vianello. Abbiamo avuto commenti privati sociali su colleghi con squalifica e poi remissione della squalifica (Falzone), dichiarazione in diretta Tv contro colleghi che avevano bigiato la partita (Rizzo vs Vivarini), ora ci ritroviamo con un altro arbitro (lo stesso Vivarini) che durante uno stage pare abbia pesantemente litigato con i suoi superiori proprio a causa del fatto precedentemente citato (le accuse live di Rizzo), con tanto di cacciata e addirittura minaccia di chiamata dei carabinieri per farlo andare via.

Ebbene il nostro sport avrebbe la sacralità dell’arbitro come figura di giudice super partes in campo, di giocatore-direttore d’orchestra. Ma se il direttore d’orchestra invece che usare la sua bacchetta per dirigere la lancia contro i colleghi, invia pizzini, si rivolta contro i capi e se, inoltre, tutta la parte direttiva pare non riuscire a gestire la situazione ebbene tutto il castello, tutta la baraccona va, irrimediabilmente e molto tristemente, a pezzi.

Tieni stretta quella maledetta palla!

Non è la prima volta che vediamo il giocatore che tiene l’ovale in mano – a linea di meta già varcata o quasi – perdere la palla in avanti. Nella galleria della disperazione questo gesto viene solo dietro a quello dell’attaccante che rallenta, pensando di avere già marcato, e viene raggiunto dal difensore che lo placca e, giustamente, poi lo sbeffeggia (do you remember Henry Seniloli?).

A volte l’avanti arriva anche dopo una prodigiosa azione, come quella dell’ala pumitas ai recenti mondiali under 20, il quale dopo aver danzato sul filo della linea laterale, perde miseramente la palla in avanti a meta già fatta. Ecco il video:

L’uomo nero

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Quest’omone che nello spogliatoio stringe la mano ad un omino piccino picciò è sì molto grande, ma non così tanto, tanto, tanto grande.

La magia della fotografia sta nella sproporzione della prospettiva che crea quest’illusione e ci fa sembrare l’uomo nero a destra un portento della natura, un fenomeno da carovana viaggiante dell’Ottocento, uno tipo André The Giant, il lottatore che si faceva mito infantile negli anni Ottanta quando il wrestling si chiamava ancora catch e lo vedevamo combattere contro un tizio baffutissimo, con mutandone ascellare tricolore, dal meraviglioso nome in stile neomelodico di Salvatore Bellomo (ma noto anche con i nomi Crazy Belshlomo, Centurian Marsella, Jason Martino, The Italian Stallion, Adonis Romano, Wildman Bellomo).

Un giorno Hulk Hogan sollevò André The Giant e tutti furono sbalorditi che non morisse immediatamente per un’ernia inguinale: guardando questa foto abbiamo sperato che la mano stritolata rimanesse integra e che con un abile mossa, tutta leve e sapienza della fisica, l’omone nero venisse ribaltato, nel perfetto trionfo del piccolo contro il grande, di Davide contro Golia.

Comunque voi non ditelo in giro che è solo illusione ottica: usate questa foto per far paura, per mostrare quanto grossi, brutti e, soprattutto, cattivi, sono i rugbysti che conoscete…

Joseph k.

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