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The Good & The bad

ireland all blakcs
Scritto da Rugby.it

Essere arbitrati male legittima gli insulti all’arbitro? Quanto vorreste sabato prossimo ridere a 115 denti come gli irlandesi? E perché un concerto dei King Crimson rivela il segreto di come battere i mostri neozelandesi?

Una settimana storica per il rugby mondiale, un week-end che ricorderemo per tanto tempo. Se dalle nostre parti è il solito grigiore, in terra d’Irlanda si è segnata una pagina epocale…

The Good

Nel giorno in cui pareva che il premio settimanale di questo portale potesse andare all’araba fenice Ian McKinley, un uomo che ci ha mostrato quanto è importante in campo avere un’apertura che sappia giocare a rugby (dove per “sappia” si intenda che abbia una laurea 110 e lode in Teoria e tecnica del mediano di apertura), i suoi connazionali hanno battuto gli apparentemente imbattibili Neri di Nuova Zelanda e lo hanno fatto con un mix di solidità mentale e fisica, utilizzo delle rare armi di superiorità (la touche, la maul), sfruttamento di ogni centimetro di possibile concessione che i re di questo sport hanno lasciato.

Pareva che i Neri potessero riprendere la partita, ma finalmente il destino ha voluto un epilogo migliore e più romanticamente rugbystico: una meta finale irlandese splendida (gioco interno, linea di corsa contraria alla direzione della linea di attacco, meta di sfondamento con 3 placcatori aggrappati alle spalle). Bravi cugini celtici, l’emisfero nord ha battuto un colpaccio, e fa comunque sempre piacere.

The Bad

Il pubblico di Treviso. Premessa: siamo tutti umani, a tutti scappa qualche parola evitabile, qualche commento inopportuno, la santità rugbystica non è di questo mondo ma i principi e i valori regolativi sì. Per questo ci ha dato molto dispiacere sentire dagli spalti del Monigo il pubblico presente esplodere in un “buffone, buffone” all’indirizzo dell’arbitro gallese Ian Davies. E ci ha fatto ancora più dispiacere leggere una montagna di commenti plaudenti, cose riassumibili nel concetto “finalmente andiamo a dire le cose che si meritano a quelli là anglosassoni che ci considerano come dei pezzenti ovali”.

Non ci nascondiamo: in Italia abbiamo avuto un buon terzo totale di partite (statistica a spanne, crediamo al ribasso) arbitrate dal trio Patterson, McMenemy, Davies. Non esattamente i migliori arbitri del mondo, anzi… Forse una buona metà delle partite giocate dalle nostre hanno avuto arbitraggi sotto la sufficienza, a volte anche pesantemente insufficienti. Avremmo probabilmente perso qualche (poche) partita in meno e qualche punto perso per direzioni di gara non esattamente esaltanti c’è sicuramente stato.

Ma sappiamo benissimo che l’arbitro è un attore di questo meraviglioso sport, è uno che gioca e sbaglia, come tutti. E, come abbiamo detto settimana scorsa, arbitrare humanum est. Per altro molti degli urlatori e dei critici a mente fredda non farebbero quello che fanno nell’esaltazione durante la partita. E in più molti dei commentatori non conoscono al 110% un regolamento fatto di tante laws ma anche di tanti principi e dettami interpretativi.

Un esempio: calcio di ripartenza da metà campo di Allan, la palla entra in zona di meta rincorsa da un Leone e da uno scoto. Lo scoto annulla. Tutti pensano: calcio dai 22. E invece la regola precisa dice che da calcio di ripartenza, se la palla entra in zona di meta è la squadra avversaria a scegliere se ripartire dai 22 o da mischia a centro campo. Questo a meno che il giocatore rallenti e mostri chiaramente di voler giocare la palla (e in quel caso si riparte dai 22). Insomma una regola che non tutti conoscono (chi scrive non la conosceva, uno dei commentatori della partita, Visentin, nemmeno, mentre il suo collega Gritti ha ben esposto il tutto durante il live streaming) e che può suscitare anche critiche errate. In quel caso Davies aveva ragione, noi no. Certo poi ha sbagliato tanto ma questo non legittima le piazzate cui si dovrebbe in tutti i modi cercare di mettere un limite.

Perché i King Crimson spiegano come poter battere gli All Blacks

Ci sono persone che sono brave a fare delle cose, poi ci sono i mostri. I mostri sono, per definizione, oltre umani. Hanno magari le stesse caratteristiche morfologiche dei loro simili ma riescono a superarli e a fare cose che risultano incredibili, anche vedendole. Se avete visto il live attualmente suonante in Italia dei King Crimson, con una formazione a 7 di totali mostri della musica, potete capire di cosa parliamo. Variazioni di ritmo, salti di cadenza, assoluta competenza nel suonare strumenti complessi e diversi. E poi l’estro, l’ispirazione e l’amore per quello che si fa: “piccoli” ingredienti che fanno passare dalla bellezza al sublime, dalla “semplice” bravura tecnica all’eccellenza vera.

Ma il sublime è anche fatto di piccoli particolari che ti mostrano come il mostro non sia un Dio (il quale è perfetto, dunque banale) e che una piccola, piccolissima, insignificante cosa la sbaglia anche lui. Durante il live dei succitati mostruosi Crimson l’immenso bassista Tony Levin a un certo punto ha “dimenticato” un pedale acceso e per una frazione di secondo nelle maestose 3 ore di concerto si è sentito una micro “frittura” dell’ampli. In sostanza una microspicissima cosa che non doveva sentirsi e che ci ha ricordato che i mostri non sono divinità olimpiche ma delle esaltazioni dell’umanità nel suo massimo grado di splendore.

Arriviamo al dunque rugbystico: se avete visto la partita Irlanda-All Blacks avete notato che una meta irlandese è arrivata da uno dei rarissimi momenti di piccola distrazione dei Neri. Perenara ha abboccato a una fintarella del mediano Conor Murray, si è leggermente spostato sulla linea di difesa lasciando il buco per la furbata. Murray non ha passato la palla, è scappato dentro il varco e ha marcato (minuto 2 e 49 del video qui sotto).

Ecco, una piccola ricetta per poter stare in partita con i mostri neri: giocare lentissimi, andare di mischie e maul, cercare di sfruttare le fasi di touche e carretto, placcare con l’ardore di 100 Favaro&Minto.

E poi, se mai loro facessero la microscopica imprecisione che li rende mostri, ma non dei, sfruttarla. Questo è il massimo che potremo fare, cerchiamo di farlo.

I sorrisi a 118 denti

Quello che rende bella un’impresa come quella dell’Irlanda è il suo lascito. Un mese di 119 denti di sorriso sempre presente, l’euforia che fa percepire la micro circolazione sanguigna in ogni capillare, l’orgoglio, il ricordo che ti ritorna nei momenti meno prevedibili, la voglia di andare a setacciare la Rete per trovare come a Katmandu hanno commentato la partita o come i tifosi austriaci nei forum ti hanno reso onore. La bellezza di parlarne con chiunque e che chiunque ti conosca, e sa quanto ami questo sport, te ne parli. L’aver vissuto un momento che diventerà narrazione storica, cimelio da annali, teca da museo.

State pensando che vorrei vivere qualcosa del genere sabato? Beh, la risposta è ovvia.

joseph k.

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