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The Good & The bad

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Scritto da Rugby.it

Non scordiamoci che abbiamo perso e che l’Inghilterra ci ha doppiato nel punteggio. Questo è la premessa, doverosa.

Ma lo sappiamo, lo sappiamo benissimo che da sabato state ridendo come matti, avete il cuore pieno di gioia per la sorpresa, la novità, la follia difensiva che Brendan Venter e Conor O’Shea hanno portato in campo a Twickenam. Lo sappiamo, e fate bene, continuate a ridere.

The Good

Inevitabile: Brendan Venter. Mai premio del “migliore” della settimana fu più meritato. Brendan Venter si inventa un piano difensivo pericoloso e un po’ matto. Non si contende mai dopo un placcaggio in modo da non far formare le ruck, poi i nostri difensori  – che a questo punto non sono più in fuorigioro – salgono a coprire la linea di passaggio. Gli inglesi non ci capiscono più niente e per un tempo sono in totale confusione tanto che arriviamo all’intervallo avanti di 5, a Twickenam, dove ne dovevamo prendere secondo gli illustri analisti almeno 70, 80.

La tattica, il pianificare, quello che gli inglesi stessi chiamano “gama plan” è parte integrante di questo sport che ha molto in comune con gli scacchi, con i giochi di strategia da tavolo. Forse a casa Jones (ci riferiamo al buon Eddie) si è rimasti al “più forte vince” in senso puramente fisico e tecnico. Ma poi c’è un’altro tipo di “forza”, quella mentale, non tanto della resistenza allo stress o del non cadere preda dell’emotività, su questo dobbiamo tanto progredire. Ma è la forza mentale dell’intelligenza, della scaltrezza, l’intelligenza che soccorre dove non arriva il fisico e la tecnica di base. Quella di Ulisse che vince la guerra di Troia dopo che Achille per 10 anni ha mosso inutilmente i muscoli. Quella della sortita notturna di Clorinda e Argante (Escono notturni e piani…) a bruciare le torri d’assedio cristiane.

Caro Eddie, non prendertela, rugby non è “il mio avversario che gioca come voglio”, rugby è anche l’invenzione di una scappatoia, come fece Crowley contro di noi al mondiale (non si contende la touche cosicché non possano fare il carretto, si tallona velocissimi in mischia chiusa così da avere il possesso), l’elaborazione di un piano che si può spostare, come siete abituati a fare voi, o suonare, come abbiamo cercato di fare noi.

Alla fine abbiamo perso, voi al 70esimo correvate come al minuto 1 ed eravate pure molto incavolati, però santo cielo, in Ovalia molti, moltissimi, si sono divertiti.

The Bad

Non diamo il “bad” ad un giocatore preciso perché gli errori diffusi di tanti sono quelli che portano, contro i fortissimi che ci stanno di fronte, a altrettante mete subite o a difficoltà a stare vicini nel punteggio. Esempi:

  • le trasformazioni non trasformate e i piazzati non piazzati. Troppo basse le nostre percentuali sabato, troppi errori.
  • Stare a questionare con il tuo avversario a 5 metri dalla meta mentre il loro mediano batte la punizione veloce e ti infinocchia.
  • Sparacchiare un calcio in campo a un tipetto come Brown, uno che anche al 95esimo correrebbe come al primo minuto, lasciandogli 30 metri di campo libero, con la tua squadra cotta, invece che andare comodo comodo in touche, magari anche un po’ più corto e sicuro.
  • Crollare alla fine, dando l’idea che forse un po’ ci si è accontentati di aver messo un pesone enorme nelle braghe degli inglesi. No, compagni giocatori in campo, non basta, ci vuole quel “cicinin” in più che vi fa stare a testa salda fino all’ultimo secondo per provare veramente a fare il colpaccione.

Insomma: anche se l’orchestra è diretta bene i solisti devono suonare perfettamente, a tempo, senza sbavature. Questo è il compito più difficile per noi.

Lo spirito del gioco

Il nostro Eddie Jones si è lamentato che quello fatto sabato dall’Italia a Londra non è rugby, dicendo che se quello è rugby lui se ne tornava a casa. E altri blabla dettati dalla frustrazione di aver vinto contro le schiappe rischiando un po’ le chiappe (perdonate lo stile comico, ci prendiamo la licenza per fare la rima).

Vogliamo qui aprire una parentesi: il rugby ha delle laws ma si fonda, soprattutto, su uno spirito del gioco. Il quale è legato ad un principio, il più forte vinca, non ci sono furbate che permettono di superare il sacro concetto che deve vincere il migliore. Ecco: furbate no, intelligenza sì.

La differenza è lampante: una furbata, contro lo spirito del gioco, è fare un blocco o un ostruzione, non vista o tollerata dall’arbitro, in stile football americano (che infatti è un altro sport). Furbate contro lo spirito del gioco sono correre volontariamente davanti al giocatore che ha fatto up&under o andarlo a placcare anche dopo che ha calciato facendo finta di essere nello stesso movimento. E’ tirare dentro in ruck per la maglietta gente che in ruck non ci vuole entrare (più volte tentato sabato). E’ tirare una pignatta di spalla – più o meno volontariamente – ad un giocatore mandandolo fuori dal campo a ripigliarsi. E’ introdurre in terza linea in mischia chiusa non permettendo la contesa delle prime linee. E continuate voi a piacimento.

Ma non è, non è assolutamente, contro lo spirito del gioco essere intelligenti (vedi sopra). Se la regola ti consente una cosa, magari non abituale, tu la fai, se questo ti è utile. L’inusuale è avanzamento dello sport, il primo che inventò il salto in alto “di schiena” faceva una cosa non abituale, gli Eddie Jones dell’atletica leggera magari saranno inorriditi, ma ora quel salto si chiama come il suo inventore. Non possiamo restare alla candela perché chi inventa la lampadina è tacciato di “fare altro”: no, stiamo sempre accendendo la luce, è lo steso mestiere.

Per altro la pazza partita di sabato è stata una delle cose più divertenti da vedere da anni a questa parte: perché dobbiamo rassegnarci al fatto che esista solo il kilorugby? Senza contare che si perdono nella notte dei tempi rugbystici gli episodi di “invenzioni” per tirare fuori ovali dal cappello: dalla Pivetta del San Donà alla “Head butt try”

Troppo gentleman mister Poite

L’arbitro Poite ha dovuto sopportare 40 minuti di interrogatorio dagli alti capitani inglesi. I giocatori, il pubblico, nessuno capiva. Ha dovuto dire “Capisco la frustrazione ma la regola è questa”. Poi ha dovuto, ripetutamente, spiegare, perché non fischiava fuorigioco. A un certo punto ci è anche venuto da pensare: “Emmò basta, sei l’esaminatore non il loro preparatore, sei quello che fa l’esame non il loro professore di liceo”.

Ed esattamente in quel momento è uscita la memorabile frase che vedete nella immagine che apre questo articolo… “I’m the referee, I’m not your coach”. E a seguire. “Probabilmente potete parlarne con il coach che ha maggiore abilità di me”. Dev’essersi divertito moltissimo anche lui questo week end…

Adelante Conor si puedes, con jucio

La tattica The Fox, la non-ruck, potrà certamente essere usata in futuro ma l’effetto sorpresa ce lo siamo giocati. Posto che probabilmente World Rugby cambierà questa regola vista la calata di indignatio nella patria che ha inventato il rugby (speriamo di no ma temiamo di sì) questo plan difensivo può diventare certamente un nostro marchio di fabbrica, ma comporta rischi (il gate della non-ruck resta sguarnito e infatti nel secondo tempo gli inglesi avanzavano molto con banali prendi&vai, il 9 appena capisce che non può passare può attaccare la linea che resta necessariamente più sguarnita, se i giocatori non salgono a coprire bene la linea di passaggio e il mediano avversario gioca veloce sapendo che non contendiamo rischiamo di avere meno uomini sullo schieramento di difesa che a quel punto sarà molto meno organizzato…).

L’ideale probabilmente è proporla a spot, tipo i primi 10 minuti, poi basta, poi gli ultimi 5, alternando alla classica ruck contesa, in modo da mandare fuori giri gli avversari. Insomma, bella l’invenzione ma ora usiamola con criterio onde non fare figure da cioccolatai…

Joseph k.

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