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The Good & The bad

Abraham Steyn
Scritto da Rugby.it

E andiamo a chiudere il nostro torneo con una partita che può darci qualche soddisfazione, una partita difficilissima s’intende, ma con una Scozia ferita da una piallata presa in Inghilterra e che forse può essere alla nostra portata. Dobbiamo avere un poco di fede, signori…

The Good

Chiariamo: chi vi scrive è a favore di una regolamentazione molto più stringente per i c.d. equiparati. 5 anni per l’equiparazione oppure (o in contemporanea) un massimo in lista gara tarato anche sul ranking (es. max 1 equiparato per le nazioni entro il 10 posto in ranking, max 2 per le altre).

Detto questo un equiparato quando è in campo è un nazionale, come gli altri. Non ci piacciono i partiti presi, tra cui quello di buttare la croce a certi giocatori per la loro nascita o la loro provenienza o le loro scelte di vita. Sì, perché diciamolo, con gli equiparati un occhio di riguardo (al negativo) molti ce l’hanno sempre e devono giocare un po’ meglio di come giocano i “nostri” per essere apprezzati allo stesso modo. Basta anche vedere come certi giocatori sono semplicemente chiamati: Goldecoso (a propò, vedi sotto), Van Consonnant… Non è molto rispettoso.

Chiosa la longa premessa: il good della settimana è Braam Steyn. il nostro trevigiano adottivo. Come per Bellini anche per lui i nostri dubbi all’inizio erano grossini, suffragati anche da alcune prestazioni non esaltanti. Ma il torneo del benettoniano è stato positivo: buon impatto fisico, decente ball carrier, buon placcaggio, qualche turnover vinto tenendo gli avversari alti, utile anche in touche. Insomma Steyn è diventato una buona scelta possibile nell’ampio carniere delle terze nostrane. E ce lo teniamo volentieri.

P.s. Il Quintin Geldenhuys nazionale, il nostro ex capitano se ne torna a casa, 2 mesi prima: andrà a curare la fattoria di famiglia. Grazie di tutto.

The bad

Fraser Brown. Se dopo un minuto e 25 di partita fai uno spear tackle inutile che costa un giallo (e doveva a termini di regolamento essere di un altro colore) e fai partire con questo enorme handicap la tua squadra non puoi non pigliarti dritto per dritto il bad della settimana di rugby.it…

Flaminio sì, Flaminio no, Flaminio evviva

Il presidente federale Gavazzi in un’intervista ad un quotidiano sportivo francese ha parlato di un possibile acquisto entro l’anno del Flaminio. Nel dopo partita di Italia-Francia, ai microfoni di Dmax, ha poi classificato la cosa come una “boutade”. Quindi non si capisce bene se quello di cui parliamo sia chiacchiera o distintivo.

Riassumendo: forse si acquisterà il Flaminio per ristrutturarlo con una ventina di milioni e trasferirci lì la sede federale con palestre e uffici. Il campo di gara servirà per le nazionali giovanili, seven, femminili e forse per una futura franchigia. Quanto ci sia di fattibile in tutto questo non lo sappiamo, per di più con la Fir che ha un bilancio in rosso da ripianare. Quello che è certo è che quest’anno la nazionale ha raccolto all’Olimpico molti meno spettatori del solito, tra i 40 e i 50 mila, ben al di sotto del tutto esaurito ma anche molto sotto quanto ci ha abituati negli anni scorsi.

Così l’ipotesi Flaminio potrebbe essere effettivamente appetibile, ma solo e soltanto se diventasse il futuro catino italiano: un investimento per renderlo da 40 mila posti come da progetto di qualche anno fa e poi utilizzarlo per il 6 Nazioni e per altri eventi (anche extra-rugbystici), come normalmente si fa al Millennium o a Dublino. Nel medio periodo sarebbe anche certamente redditizia come soluzione.

Se invece lo si compra per tenerlo a 25 mila posti, vuoto, solo per il seven non capiamo quale possa essere il senso.

Il senso della maestosa Albione per l’attacco…

Ciò che ha maggiormente stupito della fortissima nazionale inglese contro la Scozia, oltre alla sua incredibile resistenza (al minuto 82 corrono come al minuto 1), è stata la bravura a creare, con assoluta naturalezza, schemi di attacco che sembrano facili ma non lo sono per niente. Un’orchestrazione sublime dove le opzioni, le linee di corsa, i finti penetranti e quelli veri, chi andrà a prendere la palla e chi a sostegno, tutto è pianificato ma pare una cosa improvvisa, improvvisata e dunque naturalissima.

Una difesa che deve fronteggiare gente che gioca così bene deve fare delle scelte: vado sul giocatore X o inseguo l’Y? A volte ti va bene, a volte ne pigli tante. E in una situazione di multifase chi suona lo spartito così bene si crea questo genere di situazioni ripetutamente. A meno che un volpone sudafricano faccia giocare i suoi in modo un po’ diverso…

e il senso di Google Maps per la meta

Conoscete certamente Google Maps. Qualche giorno fa il vostro redattore andò a prendere una pizza d’asporto lasciando la geolocalizzazione del cellulare attiva. Gmaps il giorno dopo gli inviò una notifica chiedendo se nel locale c’era una toilette.

Lasciando da parte che come cosa è un po’ inquietante (immediatamente tolte le notifiche, mi ricorderò di spegnere la geolocalizzazione una volta finito di usare Maps) ma l’esattezza del marchingegno che sa che se ti sei fermato per X minuti dentro o in prossimità del posto Y ti può fare domande e autoaggiornarsi per migliorare le info accessorie, ecco questa maestria algoritmica ci ha fatto pensare che l’identico senso per la meta dovrebbe crescere nei nostri. Quando il giovin Sperandio, sul finire della partita con la Francia, era avviato a meta ha iniziato a navigare, guardarsi intorno, non sapendo se c’erano compagni (Venditti, ma purtroppo solo lui, era accanto e urlava “Mì sun chi!”) o che strada imboccare per la meta. Poi da quella azione, o meglio, dalle fasi successive, è uscita comunque una meta ma un po’ di Gmaps, di Imaps (Italy Maps) unita a tMaps (try Mats) non guasterebbe…

Foto Stefano Del Frate. Flikr, Sito web.

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