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The Good & The bad

bram steyn
Scritto da Rugby.it

Un premio a Braam Steyn ma anche riflessioni sulla connessione tra le filosofie di Trinità e degli stoici e il rugby azzurro e sul gap tra grandi e piccoli che si riduce

Dove eravamo rimasti? Alla “solita” Italia che viaggia bene per 60 minuti e poi rotola giù? No, secondo noi la situazione è un po’ diversa, con i Pumas non è stata la solita Italia (e lo abbiamo detto nel nostro articolo) anche se a Padova dovremo confermarci contro dei Bokke feriti dal ricordo recente della disfatta fiorentina…

The Good

Braam Steyn. Il giocatore era partito destando più di qualche perplessità. Certo fisicone, certo buon ball carrier in campo. Sicuramente un placcaggio di impatto sugli avversari. Ma molti passaggi a vuoto, tantissimi falli regalati e in nazionale cartellini gialli e penalità concesse evitabilissime che più volte avevano fatto saltare molti spettatori dalla poltrone e li avevano avviati, naso fumante, verso il bar a prendere un decotto alla malva.

Quest’anno Braam invece pare aver fatto il salto di qualità, nel club ma ancora di più in azzurro: molti meno falli sciocchi e soprattutto meno penalità killer in situazioni topiche degli incontri. Sostanzialmente il più continuo tra Figi e Pumas e una sicurezza ritrovata in terza linea, reparto dove abbiamo sì abbondanza ma che è anche molto logorante e dunque ben venga l’abundantia

The Bad

Marcellino Violi. Non stiamo dicendo che ha giocato male e siamo i primi ad affermare che ora come ora è senza dubbio il nostro migliore (e più in forma) mediano di mischia. Mandiamo Marcello dietro la lavagna per quella scelta un po’, diciamo, insolita di droppare avendo il vantaggio… del vantaggio.

Rivediamo l’azione (minuto 1,30 del video sopra riportato): siamo sotto di due a circa il 60esimo, abbiamo un fallo a favore in posizione centrale a una decina di metri dalla meta. Dunque la punizione è praticamente sicura a meno di una fase stoica di ekpyrosis dell’Universo che prendesse avvio proprio in quel momento.

Insomma in quel caso devi cercare la meta, tanto più che lo fai in totale sicurezza avendo un calcio facile dalla tua da sfruttare. Già altre volte abbiamo assistito a pochissima pazienza nel gestire situazioni di vantaggio, con calcetti malissimo portati all’ala o improbabili pedatone di gente poco avvezza a farlo o megapassaggi di 30 metri all’ala isolata. Ma in questo caso oltre alla poca pazienza c’è l’impressione che tu dai agli altri e a te stesso: se droppi col vantaggio a 10 metri dalla meta dai l’ìdea che sei disperatamente alla ricerca di restare attaccato alla partita, non che stai digrignando i denti come fa chi è consapevole di avviarsi a vincere. Ai tuoi compagni, tutti schierati per l’attacco, dici (inconsciamente, s’intende): ho poca fiducia in voi, piazzo io che è meglio e ora tutti indietro a barricare.

Fuori dal campo siamo tutti bravi a chiacchierare, in campo è molto, molto diverso e chi ha giocato lo sa. Però in generale dovremmo sistemare queste situazioni in cui il pallino è totalmente nostro e sfruttarle al meglio possibile.

La mia sposa stava al fiume señor

Nel cadere avrà battuto la testa… Io gli avrò dato solo qualche coltellata.

La famosissima scena di Trinità ci insegna qualcosa. Siamo sempre portati a minimizzare quello che facciamo noi e ad attribuire ad altri, ad altro, al caso magari, quanto è frutto del nostro agire.

Qualcuno potrebbe dire che tutto questo è un retaggio cattolico, che magari ci porta a parlare di “colpe” invece che di “responsabilità” e le colpe non è mai bello averle perché ci ricordano tribunali, giudizi assoluti, paradisi, inferni da cui non si ritorna. La responsabilità invece è ciò che, nella crisi, porta a comprendere l’occasione che abbiamo. Se prendo responsabilità di quanto ho fatto e di quanto non ho fatto, se comprendo la “mia parte” in tutta la faccenda degli accadimenti della vita allora riesco ad uscire da un punto di vista autocentrato e ad avere una percezione migliore della realtà.

Non state capendo una mazza? Questo è per dire che l’animo italico, abituato a viaggiare tra disperazione ed esaltazione, tra Caporetto e Vittorio Veneto, tra “fa tutto schifo” e “siamo i migliori”, forse può assorbire da altre culture uno spirito più propositivo, fatto di sano lavoro quotidiano volto a piccoli miglioramenti piuttosto che di esaltazione del “cavarsela”, dello spirito di sopravvivenza, del genio che intuitivamente risolve tutto. Forse non fa parte della nostra cultura ma uomini più “pratici”, come Bradley, O’Shea, Catt, Goosen, Crowley probabilmente è proprio questo che possono portare.

Sarà un caso che Terence Hill va subito al pratico e chiede… C’era un testimone?

Il gap si riduce

Figi perdono di tre a Dublino, Georgia ha la palla del pareggio che sfuma al Millennium. Stadi dove noi abbiamo preso enormi batoste ultimamente. Certo, Irlanda e Galles avevano in campo squadre molto rivoluzionate, delle sorte di team B. Ma questi sono anche un po’ affari loro dato che a rugby, chi è in campo è in campo, e, se il coach sbaglia perché sottostima l’avversario, questo non c’entra nulla con il valore della partita.

Insomma: la sensazione è che il gap si stia riducendo e certi team tier 2 abbiano anche il potenziale per restare vicini, se non vicinissimi, ai colossi. Quello che ci piacerebbe è che l’Italia diventasse veramente come vuole il nostro allenatore Conor O’Shea: una squadra contro cui nessuno vorrebbe giocare. Magari una squadra che anche non vince ma che resta rognosamente attaccata alle braghe di tutti, mettendo punti interrogativi. Insomma: una squadra rispettata.

Crediamo che Figi e Georgia questa settimana parecchio rispetto se lo siano guadagnate. Bravi.

Foto: sito Benetton Rugby.

Manuele Grosso

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